Il tema del governo metropolitano non è un dettaglio amministrativo, ma la condizione per restituire efficacia all’azione pubblica.
L’incredibile evoluzione economica che in questi anni ha investito Milano si inserisce in un più ampio contesto di grandi mutamenti del Paese, dell’Europa e del mondo. Questa fase politica milanese giunge quindi al culmine di una trasformazione sociale che ha fatto emergere vecchi e nuovi fenomeni che devono essere affrontati dalla politica con chiarezza e determinazione.
La grande sfida che si pone nella realtà milanese – ma non solo – è definire il ruolo del pubblico, governato democraticamente, nella sua relazione con l’interesse privato. Indipendentemente dai giudizi su come questo rapporto sia stato finora impostato, è evidente che gli strumenti a disposizione dei Comuni (e in particolare di Milano) risultano insufficienti per affrontare in modo esaustivo le molteplici sfaccettature dei cambiamenti in atto. Da qui discende l’urgenza di un salto di scala istituzionale capace di ricomporre interessi, competenze e risorse.
La complessità dei problemi e la loro interconnessione non possono essere adeguatamente gestite da un assetto amministrativo come quello oggi previsto per il Comune di Milano. Dalle problematiche della casa all’accesso ai servizi, è probabilmente impossibile intervenire con efficacia attraverso una struttura pensata per un contesto immaginato decenni fa e oggi ampiamente superato dai fatti. Occorre dunque una governance politica in grado di gestire una realtà policentrica e che riconosca le interdipendenze funzionali tra città e territori limitrofi, promuovendo decisioni coordinate e responsabilità condivise.
Da una decina d’anni si è ritenuto che la realizzazione della Città Metropolitana potesse offrire una soluzione; oggi, pur essendo formalmente istituita e giuridicamente operante, essa esprime una forma di governo “minimale”, priva dell’autorevolezza che deriverebbe dal reale coinvolgimento e da un indirizzo politico forte del Sindaco metropolitano, per legge individuato nel Sindaco del capoluogo.
Eppure molte delle criticità riscontrabili oggi in città, insieme alle opportunità, potrebbero essere affrontate meglio – se non in modo pienamente adeguato – attraverso una configurazione amministrativa diversa. L’attuale assetto di Milano costituisce un vincolo strutturale. Si consideri, ad esempio, il tema dell’abitazione, sempre più al centro del dibattito per l’aumento dei prezzi: la città continua a essere immaginata entro il perimetro definito un secolo fa per il Comune, una cornice che oggi non trova giustificazione.
Un’adeguata distribuzione dei servizi, a partire dal trasporto pubblico, potrebbe ridurre la pressione sociale ed economica su un territorio ristretto come l’attuale Comune, offrendo alternative sensate.
Per questa ragione non è possibile pensare Milano senza la prospettiva della Grande Milano, cioè una porzione vasta che includa non solo il Comune, ma anche le aree del cosiddetto hinterland e della provincia.
Le zone diverse dalla zona 1 sono già considerate dai media e, a volte, dagli stessi cittadini come “periferia di Milano” e, in particolare a nord e a est, risultano di fatto conturbate con gli abitati dei comuni limitrofi, in parte con funzioni economiche ma soprattutto con insediamenti residenziali. Riconoscere questa continuità insediativa significa progettare servizi su bacini reali di utenza, non su confini amministrativi storici; per molti milanesi la città “finisce” dove arriva la metropolitana, e un intervento legislativo in tal senso rappresenterebbe un semplice adeguamento all’esistente.
L’assenza di volontà politica per la piena attuazione della Città Metropolitana, o per qualsiasi progetto di sperimentazione ed esperienza condivisa dei servizi al cittadino, rappresenta uno dei maggiori fallimenti degli ultimi anni. L’attuale Città Metropolitana, pur formalmente istituita e operante, esprime una forma di governo “minimale”, senza l’autorevolezza che potrebbe derivare da un effettivo indirizzo del Sindaco metropolitano, per legge coincidente con il Sindaco di Milano, ma che da dieci anni risulta di fatto poco attivo per scelta – motivata dai ridotti strumenti normativi e finanziari – con esiti politicamente deludenti. Ciò conferma che senza un mandato politico chiaro e risorse adeguate anche le migliori architetture istituzionali restano incompiute.
Il problema è la politica
La Grande Milano è già una realtà sulla quale rappresentanti e forze politiche milanesi dovrebbero investire energie. Ma proprio qui emergono i maggiori limiti del progetto. L’inadeguatezza della classe dirigente si manifesta nell’esplosione di questioni strategiche che crescono in assenza di un governo politico effettivo. L’assenza di una visione robusta ha reso la società sempre più paralizzata, incapace di interpretare e governare le trasformazioni. Dietro la ripetizione ossessiva del dogma “questo non si può fare” si è evitato di affrontare i cambiamenti reali nella vita delle persone, consegnando alla logica di mercato uno spazio sempre più ampio e privo di controllo democratico. Ricomporre questa frattura richiede leadership, responsabilità e sedi decisionali capaci di integrare i livelli comunale e metropolitano.
Nel Comune di Milano si registrano le difficoltà del Consiglio comunale e dei consigli municipali a incidere con tempestività sui temi aperti da anni. Da più mandati si osserva un calo di rappresentatività del Consiglio comunale: non si candidano più con la frequenza di un tempo personalità autorevoli delle molte componenti sociali ed economiche; con il dovuto rispetto per gli eletti, è innegabile la diminuzione della partecipazione al voto amministrativo e l’abbassamento del profilo del confronto politico nella sede più rappresentativa della città, dove un tempo si misuravano figure di livello nazionale.
Nella vicenda San Siro, la politica ha dimostrato tutti i suoi limiti: si è fatta portatrice del terrore della “fuga” delle squadre verso altri terreni dell’area metropolitana. È rimasta sorda alle voci esterne e dimenticando la complessità e l’antieconomicità di una simile operazione e ignorando le alternative presenti tra la (s)vendita e la possibile fuga.
È così che si è scelto di vendere i terreni dell’area dello Stadio, peraltro a un prezzo sconsiderato se paragonato alle folli speculazioni che esistono in città.
Occorre ribaltare la prospettiva proponendo un ruolo attivo del Comune, che deve riaffermarsi come istituzione capace di connettere e coordinare energie sociali, culturali ed economiche. Solo un’istituzione che coinvolge e responsabilizza i territori può generare fiducia e capacità di decisione.
Fusione, unione e collaborazione volontaria
In attesa di interventi strutturali nei rapporti tra i comuni della Città Metropolitana e la città di Milano, si può avviare una collaborazione volontaria tra Istituzioni cittadine limitrofi, come già avvenuto con il “Progetto Sistema Abitare” tra Comune di Milano, Gorgonzola, Cologno Monzese e Gessate. In questa prospettiva devono essere associate le tematiche dei trasporti e della mobilità, così come quella della transizione ecologica. Bisogna immaginare forme di compartecipazione politica con tutte le amministrazioni dell’area metropolitana sul tema della casa e, comunque, considerare gli interventi del Comune senza prescindere da un’attenta considerazione dell’intera Area.
Anche i Municipi milanesi potrebbero muoversi in questo senso, aprendo a collaborazioni con i quartieri contigui alle aree abitate dei comuni limitrofi. I comuni confinanti hanno organizzato reti di servizi che rispondono ai bisogni dei propri residenti e potrebbero essere interessati a integrarli con quelli presenti sul territorio di Milano.
L’avvio della collaborazione volontaria tra Municipi e comuni confinanti potrebbe partire dall’integrazione dei servizi alla persona, culturali e sportivi già esistenti, definendo programmi annuali e iniziative specifiche, mettendo a disposizione strutture e personale, valorizzando metodi già sperimentati e destinando risorse adeguate ai progetti territoriali. Questo approccio graduale consentirebbe di misurare risultati, correggere criticità e consolidare prassi condivise.
Sappiamo che sul piano formale e normativo sussistono complessità legate agli stanziamenti di bilancio delle rispettive amministrazioni, ma si potrebbe procedere con azioni di convenzionamento e protocolli d’intesa tra Enti territoriali per finalizzare risorse distinte al finanziamento di progetti specifici che vedano un’azione coordinata su territori di più comuni. Si tratta di utilizzare le norme vigenti orientandole all’obiettivo di integrare la messa a disposizione delle strutture e l’organizzazione dei servizi. La cooperazione amministrativa, se ben disegnata, produrrebbe economie di scala e maggiore qualità dei servizi.
Sempre sul piano formale è utile ricordare che esistono numerose esperienze di fusione e di unione – due strumenti già regolati – tra comuni della Lombardia, dove è in vigore una legge che favorisce l’aggregazione di piccole realtà, con territori anche ampi ma con una ridotta presenza di famiglie e residenti. La Lombardia, che ospita oltre dieci milioni di abitanti sui circa sessanta milioni dell’Italia, è suddivisa in circa 1.600 comuni, un numero elevato se confrontato con gli 8.000 dell’intero Paese. La frammentazione territoriale aveva probabilmente ragioni storiche in contesti alpini o prealpini, ma oggi, con la continua urbanizzazione e lo spopolamento dei piccoli centri lontani dalle arterie principali e con pochi servizi disponibili, sono già attive diverse aggregazioni su base territoriale per creare una massa critica sufficiente a garantire servizi essenziali a tutti i residenti, ampliando la platea degli utenti. Queste esperienze, seppur diverse, offrono un patrimonio di pratiche da cui attingere per costruire percorsi volontari nelle aree contigue a Milano.
Lo strumento dell’unione di comuni distinti per la messa a disposizione di alcuni servizi di primaria necessità è una realtà istituzionale già esistente e operante in diverse zone d’Italia, tale da offrire spunti ed esperienze positive da adattare, anche su base volontaria, nelle aree contigue al territorio di Milano e ai comuni qui elencati (a titolo esemplificativo). Per le modalità di questa collaborazione occorre un’adesione politica alla scelta di integrazione amministrativa e territoriale a beneficio dei cittadini. Il consenso politico non è un mero atto formale: è l’impegno a sostenere nel tempo una visione comune.
Avendo constatato negli ultimi mandati un generale indebolimento della classe politica e amministrativa locale, tanto nei partiti tradizionali quanto in nuove formazioni (talvolta presentate in liste civiche di comodo), non si può dare per scontata l’adesione dei comuni a questa operazione volontaria. In alcuni comuni limitrofi possono sussistere equilibri migliori tra domanda e offerta di servizi rispetto a taluni quartieri periferici milanesi, ma ciò potrebbe favorire interessi reciproci per la disponibilità di servizi più numerosi o di qualità superiore in altri settori di rilevanza per i residenti. È quindi ragionevole prevedere avvii differenziati, costruiti su interessi concreti e vantaggi misurabili per ciascun territorio.
L’avvio di questa collaborazione sarebbe inizialmente a “macchia di leopardo”, tra alcuni territori di Milano e i relativi comuni confinanti, e dovrà essere legato ai bisogni reali finora espressi dai cittadini, correlato alle disponibilità di strutture, personale, risorse economiche, atti amministrativi e volontà politica tra i soggetti periodicamente eletti e investiti di responsabilità. Un sistema di monitoraggio condiviso potrà valutare gli esiti e orientare gli aggiustamenti necessari.
Non è escluso, anzi va favorito, un ampliamento della collaborazione che potrà essere esteso, in una seconda fase, anche all’elaborazione di scelte maggiormente qualificanti per il territorio, per nuove opere e strutture pubbliche, nonché per la gestione dei rapporti con operatori economici portatori di interventi di forte impatto sui territori confinanti. La fase due dovrà saldare servizi alla persona e scelte di sviluppo, per evitare divari e massimizzare i benefici collettivi.
Per non risultare inutilmente generici, si possono immaginare collaborazioni in campi molto importanti dell’attività amministrativa e della vita dei cittadini che vanno oltre i servizi direttamente offerti, come ad esempio:
· La raccolta, il trasporto e il trattamento (gli impianti) dei rifiuti, dagli RSU quotidianamente prodotti dai residenti fino ad alcuni rifiuti speciali generati dalle attività insediate sul territorio;
· La gestione del servizio di TPL per i diversi tipi di vettori, fino alle scelte per l’infrastrutturazione degli stessi servizi, dall’adeguamento dei percorsi alle strutture necessarie come i depositi, i capolinea, i punti di interscambio;
· La produzione e il consumo di energia rinnovabile;
· L’attuazione specifica di progetti derivanti dalle pianificazioni regionali, dalla GDO (Grande distribuzione organizzata) alla logistica, dai data center (con impatti da valutare caso per caso) alle grandi strutture sanitarie e scolastiche;
· La pianificazione degli interventi infrastrutturali di primaria importanza per la viabilità;
· La gestione coordinata dell’insieme del patrimonio residenziale pubblico, oggi suddiviso in molte realtà che non dialogano tra loro, mentre il fabbisogno di una casa resta il problema principale di numerosi nuclei familiari con basso reddito e scarsa sicurezza di introiti da lavoro precario.
Per rimanere alla proposta iniziale, di carattere volontario, si possono definire ulteriori specifiche della collaborazione tra enti confinanti, al fine di offrire ai cittadini servizi più adeguati, superando la visione di “periferia” o di “frazioni” staccate dai rispettivi centri storici. Il principio guida deve essere semplice: dove le persone vivono, studiano e lavorano insieme, le istituzioni devono cooperare per garantire diritti effettivi e pari opportunità.