La demografia non dice tutto di una città, ma di certo dice molto. Il dato più basilare di tutti – la popolazione residente – se osservato nel tempo dice molto della storia della città di Milano. Cento anni fa ci vivevano 850.000 persone; nel suo periodo di picco – 50 anni fa – ce ne vivevano 1.750.000 per passare, 25 anni dopo, al suo momento di maggiore contrazione con 1.250.000 abitanti. All’ultimo dato disponibile (2021) Milano aveva 1.350 abitanti in una tendenza di crescita che è durata per gli ultimi 25 anni. Dietro tutte queste variazioni ci sono stati fenomeni (nella sostanza) non troppo diversi da quelli che interessano la città in questo momento: variazioni nei tassi di natalità, migrazioni e trasformazioni economiche e sociali.
Milano è una città che continua a invecchiare: nel 2022, l’età media dei residenti ha raggiunto i 45 anni, inferiore alla media nazionale ma in lieve crescita. Gli over 65 costituiscono quasi il 20% della popolazione, mentre i minori di 14 anni rappresentano appena il 13%. Si tratta di un indice di vecchiaia (quasi 190 anziani ogni 100 giovani) che segna un progressivo sbilanciamento della piramide demografica. Questo processo esercita una pressione crescente sul sistema di welfare, sulla sanità e sulla concezione stessa degli spazi urbani.
A questo si affianca un alto tasso di ricambio della popolazione: è una città che in media cambia l’8% dei suoi cittadini ogni anno. Milano è attraente — continua ad attirare nuove energie, studenti, giovani professionisti — ma spesso non riesce a trattenere le persone nel medio-lungo periodo. Le cause sono molteplici: l’elevato costo della vita, l’accesso alla casa, la precarietà lavorativa, la rarefazione dei legami sociali. È una città che funziona come un grande snodo: accoglie, forma, consuma, ma spesso espelle, suggerendo che per molti Milano sia una tappa di un percorso, più che un approdo definitivo.
In questo quadro si inserisce la questione migratoria. Nel corso dell’ultimo anno, la componente di residenti stranieri ha superato il 20% del totale. Le comunità più numerose rappresentano ormai una componente strutturale e integrata del tessuto sociale ed economico milanese. Sono i volti della nuova Milano: imprenditori, lavoratori dei servizi, famiglie che contribuiscono quotidianamente alla vita della città.
Spazio per tutti
Milano è in linea con un processo globale di urbanizzazione che non sembra prossimo al rallentamento. Qualsiasi analisi strategica sul futuro della città deve partire da questo movimento centripeto. Oltre a questo, il principale dato demografico di Milano è la sua capacità attrattiva anche decisamente oltre la media italiana; la città presenta un saldo migratorio costantemente positivo, alimentato da nuovi residenti provenienti sia dal resto d’Italia che dall’estero, con una netta prevalenza della fascia d’età 25-40 anni.
La composizione della migrazione interna si è modificata: non è più un flusso proveniente prevalentemente dal Mezzogiorno, ma un movimento su scala nazionale che coinvolge anche personale qualificato da altre regioni del Nord e del Centro. A questo si aggiunge un’immigrazione internazionale stratificata, composta da studenti, ricercatori, manager e lavoratori dei settori dei servizi. Il continuo ingresso di capitale umano è un fattore primario del dinamismo economico cittadino e, di per sé, è un fenomeno positivo. Questa tendenza demografica genera, però, una tensione strutturale quando si confronta con il mercato immobiliare. L’offerta abitativa, abbastanza rigida e quantitativamente insufficiente, non riesce ad assorbire l’aumento della domanda, provocando un costante incremento dei prezzi di affitto e di vendita. Tale dinamica innesca processi di sostituzione forzata che se prima coinvolgevano soltanto le fasce a basso reddito, adesso si estendono a segmenti del ceto medio, agli studenti e ai giovani lavoratori.
L’incapacità di gestire efficacemente gli effetti della crescita urbana, in particolare nel contenere i processi di polarizzazione socioeconomica dello spazio, sta rafforzando le posizioni di quanti auspicano un freno generalizzato allo sviluppo. Anche se è del tutto comprensibile la tendenza a confondere dinamiche speculative, gravi disfunzioni amministrative e trasformazioni urbane fisiologiche, è fondamentale distinguerli al fine di evitare semplificazioni che conducano a strategie di intervento inefficaci.
La riqualificazione urbana richiede un inquadramento che separi con chiarezza i processi di crescita e miglioramento territoriale dalle operazioni di natura speculativa.
Per non cadere nella trappola dell’immobilismo occorre considerare che l’aumento dei valori immobiliari è prevalentemente una conseguenza diretta della crescente domanda a fronte di una scarsità di offerta. Politiche orientate a bloccare gli interventi di rigenerazione o la costruzione di nuove abitazioni per paura della gentrificazione servono quei mostri che invece si pensa di combattere. L’azione politica deve concentrarsi sul contrasto a precise pratiche speculative. Tra queste: la scelta di mantenere sfitte unità abitative in attesa di un aumento del loro valore capitale e la conversione sistematica di alloggi residenziali in affitti turistici a breve termine, che sottrae immobili al mercato locativo per i residenti. Gli strumenti per intervenire esistono: dall’applicazione di un’imposta di scopo sugli immobili lasciati volutamente sfitti per lunghi periodi, alla regolamentazione del numero di giorni o di unità immobiliari dedicabili agli affitti brevi in determinate aree della città. L’obiettivo è indirizzare le dinamiche di mercato verso un modello di sviluppo urbano sostenibile e inclusivo.
Bisogna, infine, legare lo sviluppo demografico a una concreta pianificazione urbanistica, basata su specifiche politiche per la casa. Per consolidare la sua attrattività nel lungo periodo, la città deve investire sulla qualità della vita, agendo su due leve: il costo della vita e i servizi. È necessario rendere concretamente sostenibile la scelta di stabilirsi e formare una famiglia a Milano. Gli interventi devono essere mirati: potenziamento della rete di asili nido pubblici per abbattere le liste d’attesa e garantire rette accessibili; introduzione di meccanismi di supporto all’affitto per le giovani coppie e i nuclei familiari; sviluppo di servizi di prossimità che migliorino la conciliazione tra tempi di lavoro e di vita.
Un centro piccolissimo
I flussi demografici in atto stanno disegnando una nuova mappa della città, le cui coordinate non rispondono più alla tradizionale e ormai insufficiente dicotomia tra “centro” e “periferia”. La distribuzione dei nuovi residenti, siano essi italiani trasferiti da altre province o cittadini di origine straniera, è un processo guidato da logiche precise: il costo inaccessibile degli alloggi nelle aree centrali, l’esistenza di reti sociali e comunitarie che orientano i nuovi arrivati verso specifici quartieri, e la diversa dotazione di servizi e infrastrutture del territorio. Il risultato è un mosaico complesso, in cui quartieri dal profilo cosmopolita e ad alta mobilità coesistono con altri dove si rafforzano comunità specifiche, aggregate per provenienza o percorsi migratori.
Questa realtà rende obsoleto e controproducente il paradigma di una Milano confinata entro la circonvallazione esterna. La metropoli reale, quella vissuta quotidianamente da centinaia di migliaia di persone, trabocca da decenni oltre quei confini, in un continuum urbano che va ben oltre la prima e la seconda cintura. Se i cittadini vivono già questa dimensione metropolitana nei loro spostamenti per lavoro, studio e tempo libero, è l’amministrazione che deve adottare questa scala come proprio orizzonte operativo e strategico. Continuare a concentrare investimenti, servizi di eccellenza e progettualità culturale quasi esclusivamente all’interno del nucleo storico significa, di fatto, acuire le disuguaglianze e trascurare la qualità della vita della maggioranza dei cittadini dell’area metropolitana.
Lo sforzo principale deve quindi concentrarsi sulla connessione fisica e funzionale di queste aree e sulla qualità intrinseca dei quartieri. Governare la Grande Milano significa investire in un sistema di trasporto pubblico rapido di massa che funzioni come una vera metropolitana regionale. Bisogna non solo potenziare le linee esistenti, ma creare nuove connessioni trasversali, pensate per collegare le periferie tra loro senza costringere al transito per il centro. Parallelamente, il principio della città dei 15 minuti deve diventare l’unità di misura della pianificazione al di fuori del centro: dotare ogni quartiere di servizi essenziali — scuole di qualità, presidi sanitari territoriali, biblioteche di zona attive, impianti sportivi, piazze sicure e spazi verdi curati — è il presupposto per elevare la vivibilità e rafforzare l’identità locale, riducendo la dipendenza dal centro.
Un patto fra pluralità
In questo nuovo assetto, l’arrivo di nuovi abitanti non è un semplice inserimento in un tessuto statico, ma un processo dinamico di rinegoziazione degli spazi, delle funzioni e delle identità. Il rischio concreto, se questi processi non vengono governati, è una città frammentata, un arcipelago di comunità che convivono come entità separate, senza reali punti di contatto; questa segregazione socio-spaziale può generare tensioni latenti, alimentate dalla competizione per risorse scarse — la casa, i posti negli asili, l’accesso ai servizi — e creare percorsi di vita paralleli con opportunità estremamente divergenti.
Una politica di inclusione lungimirante deve superare la logica assistenzialistica o emergenziale per farsi progetto culturale e politico di lungo periodo. L’obiettivo non può essere l’assimilazione unilaterale, ma la costruzione di una cittadinanza milanese plurale, fondata su un patto di diritti e doveri reciproci. È un processo a doppio senso, che richiede alla società già presente la curiosità e la capacità di evolvere, e a coloro che arrivano l’impegno a partecipare attivamente alla vita civica del contesto di approdo.
Perseguire un’inclusione equa e giusta significa compiere un salto di paradigma: abbandonare definitivamente un approccio basato sulla tolleranza, sull’assistenza o sulla gestione dell’emergenza, per adottare una strategia fondata sulla promozione della cittadinanza attiva.
La prima e più potente forma di inclusione è l’accesso a un lavoro dignitoso e a un’autonomia economica. Senza questo presupposto, qualsiasi altra politica rischia di essere inefficace. Un’azione equa deve superare la logica dei percorsi di inserimento in settori a basso valore aggiunto, spesso caratterizzati da precarietà e scarse tutele. Occorre invece una strategia integrata per valorizzare il capitale umano di tutti i residenti.
Un’inclusione giusta non può prescindere dal dare voce a chi, formalmente, non ha diritto di voto. La vitalità democratica di una città si misura dalla sua capacità di coinvolgere tutti i suoi abitanti nei processi decisionali.
Questo significa creare canali di partecipazione sostanziale come delle Consulte di Cittadinanza affiancate agli attuali Consigli di zona. Queste devono superare il modello delle vecchie “consulte per gli stranieri”, concepite con un approccio di “integrazione del diverso”, per istituire Consulte di Quartiere aperte a tutti i residenti, a prescindere dalla nazionalità. Questi organismi dovrebbero avere un ruolo consultivo vincolante su materie di competenza locale, come la gestione degli spazi pubblici o i piani per la mobilità.
L’obiettivo è riconoscerle come interlocutori strutturati e competenti nel dialogo sull’intera amministrazione della città. Il conferimento di potere si realizza quando il rappresentante di un’associazione di cittadini peruviani non viene interpellato solo su questioni legate all’immigrazione, ma siede al tavolo dove si discute del piano per la mobilità, della qualità delle mense scolastiche o della gestione dei parchi pubblici. Il suo ruolo non è parlare per i peruviani, ma portare la prospettiva e l’esperienza di una parte della cittadinanza a un problema che è di tutti.
Il passo finale e più complesso è quello culturale. L’inclusione equa rifiuta un modello multiculturale statico, dove le culture diverse sono “tollerate” e relegate a manifestazioni folkloristiche. Promuove invece un modello interculturale, dinamico, basato sullo scambio e sulla reciproca trasformazione. La cultura milanese non è un monolite immutabile, ma il risultato di secoli di contaminazioni, e deve continuare ad esserlo.
Infine, un’azione amministrativa che ambisca a essere realmente incisiva non può ignorare, né tantomeno tentare di sostituire, la fitta rete di competenze, esperienze e relazioni costruita in anni di lavoro da chi già opera sul campo. Milano possiede un ricchissimo ecosistema che rappresenta di fatto la prima linea e spesso l’ossatura portante dei processi di inclusione. Qualsiasi politica pubblica efficace deve partire dal riconoscimento di questo patrimonio, senza l’obiettivo di dirigerlo ma senza delegargli quanto non può o vuole fare direttamente.
Chi vivrà a Milano
L’analisi demografica non può essere lo specchio retrovisore delle politiche pubbliche, uno strumento per rincorrere i problemi quando sono già evidenti. Deve diventarne il faro: una lente prospettica per anticipare le sfide e orientare le scelte strategiche. Le tendenze attuali disegnano già con chiarezza la fisionomia della Milano dei prossimi vent’anni. Assisteremo a una doppia dinamica: da un lato, l’invecchiamento progressivo della popolazione residente storica, dall’altro, un continuo afflusso di nuovi abitanti che manterrà l’età media della città più bassa di quella nazionale, alimentando una domanda di servizi flessibili, personalizzati e digitali. Le strutture familiari continueranno a diversificarsi, con un aumento dei nuclei monocomponenti e delle famiglie non tradizionali, ridisegnando le esigenze abitative e la concezione stessa del supporto sociale.
Di fronte a questo scenario, un progetto politico nuovo ha il dovere di abbandonare un approccio reattivo per adottarne uno proattivo e strategico. Significa smettere di concepire la città come un organismo che antagonizza i giovani e le giovani coppie, spesso respinti da costi insostenibili e da un’offerta di servizi inadeguata. È un dato di fatto che la base elettorale attuale sia anagraficamente sbilanciata verso le fasce più anziane, ma cedere alla tentazione di una politica di arroccamento, pensata per conservare l’esistente e il consolidato, equivarrebbe a ipotecare il futuro di Milano. La vera sfida di governo è agire oggi nell’interesse della città di domani, investendo su coloro che ne costituiranno l’energia vitale.
È necessario rimodulare l’intera offerta di servizi pubblici non sulla base della fotografia attuale, ma del filmato dei prossimi decenni. La pianificazione sanitaria deve muoversi su un doppio binario. Da un lato, potenziare la medicina territoriale, l’assistenza domiciliare e le strutture per la terza e quarta età per rispondere all’invecchiamento. Dall’altro, espandere i servizi oggi carenti ma la cui domanda è destinata a crescere: consultori per la salute riproduttiva, pediatria di base nei nuovi quartieri residenziali e, soprattutto, un robusto sistema di supporto per la salute mentale, una necessità crescente per una popolazione giovane sottoposta a elevate pressioni lavorative e sociali.
Analogo discorso vale per le politiche educative; anticipare le esigenze scolastiche significa progettare plessi flessibili e investire massicciamente sull’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, che non deve più essere un corso di recupero ma una componente strutturale dell’offerta formativa. Significa anche garantire un’offerta di asili nido e scuole per l’infanzia pubblica e accessibile, il primo e più fondamentale servizio per una giovane famiglia. Infine, il welfare; l’aumento dei nuclei monocomponenti, sia giovani che anziani, richiede un ripensamento delle politiche sociali, meno centrate sul nucleo familiare tradizionale e più orientate a sostenere l’individuo e a combattere la solitudine, attraverso nuove forme di residenzialità (co-living, appartamenti intergenerazionali) e reti di supporto di quartiere.
Infine, è necessario promuovere attivamente una narrazione di Milano che valorizzi la sua pluralità come un punto di forza strategico. La retorica di una “Milano insicura”, smentita dai dati sulla criminalità, riesce ad attecchire perché fa leva sull’ansia generata dalla rapidità delle trasformazioni. Contrastarla non significa solo citare le statistiche e contrastare una criminalità che rimane (anche quando sintomatica) odiosa, ma costruire un’identità alternativa, più aderente alla realtà e più potente. Una città che si riconosce nella sua storica capacità di accogliere, integrare e trasformarsi, trovando in questo dinamismo la chiave della propria prosperità. “Milanese” non è chi nasce in un certo luogo, ma chi sceglie di partecipare al suo progetto, contribuendo a plasmarne il futuro. Raccontare questa verità è il primo passo per costruire una comunità coesa, orgogliosa della propria apertura e consapevole che è proprio da lì che trae la sua forza.