Confrontando le serie di dati climatici storici (1961-1990) con quelli più recenti (1991-2020), emerge come la temperatura media a Milano sia aumentata di 2,1°C.
Questo significa estati più torride, e un aumento significativo delle notti tropicali – quelle in cui la temperatura minima non scende sotto i 20°C – passate da una media di 20 all’anno nel periodo 1971-2000 a oltre 45 nel periodo 1991-2020, e con picchi recenti ancora superiori.
C’è un clima ostile, dunque, e c’è una maggiore incidenza di fenomeni meteorologici estremi. La città ha registrato, tra il 2010 e il 2020, uno dei più alti numeri di eventi calamitosi in Italia, con una prevalenza di esondazioni fluviali. Eventi recenti come il devastante downburst del 25 luglio 2023, che ha abbattuto circa 5.000 alberi, e la grave esondazione del Seveso del 31 ottobre dello stesso anno, non sono più anomalie, ma sintomi preoccupanti di una nuova normalità climatica.
Il problema sta, oltretutto, accelerando; mentre l’aumento delle temperature medie, osservato già tra il 1961 e il 2017, indicava un incremento significativo ma lineare delle temperature minime, medie e massime stagionali tra 0,2°C e 0,5°C per decennio, i dati più recenti confermano un’accelerazione. L’Osservatorio Meteorologico Milano Duomo ha certificato come l’inverno 2024-2025 sia stato tra i più caldi degli ultimi 128 anni, con una temperatura media di 7°C, ovvero 1,8°C sopra la media del periodo di riferimento più recente (1991-2020) e ben 3°C in più rispetto al trentennio 1961-1990, spesso utilizzato come benchmark per i cambiamenti climatici a lungo termine.
Di fronte a queste evidenze scientifiche è fondamentale inquadrare correttamente il ruolo e le responsabilità di Milano. È chiaro che le azioni di una singola metropoli non possono da sole deviare il corso del riscaldamento climatico globale. La vera sfida per la città si gioca piuttosto sulla sua capacità di preparare una risposta adeguata a un futuro che, a causa dell’aumento delle temperature e dell’intensificarsi degli eventi estremi, minaccia di renderla considerevolmente meno vivibile. In questo contesto, data anche la sua rilevanza economica e culturale, Milano ha però anche il dovere di fungere da laboratorio e da esempio, dimostrando come una grande area urbana può affrontare attivamente il cambiamento climatico, adattandosi alle sue conseguenze e, al contempo, impegnandosi a ridurre il proprio impatto ambientale complessivo.
Tuttavia, osservando la situazione attuale, la risposta della città – pur presente e con alcune iniziative lodevoli avviate dal Comune che vanno certamente nella direzione giusta – appare ancora lontana dall’aver delineato una strategia climatica che: a) risponda a principi di equità e giustizia. Con una maggiore attenzione alla protezione delle fasce di popolazione e delle aree urbane più vulnerabili agli impatti del riscaldamento, ma anche una seria considerazione delle diverse responsabilità economiche – sia storiche che attuali – nel contribuire al problema e, di conseguenza, nel sostenere i costi della transizione e dell’adattamento. Una risposta equa dovrebbe distribuire oneri e benefici delle azioni climatiche in modo proporzionato. b) sia in grado di immaginare una città profondamente diversa; la risposta complessiva deve superare una logica di interventi frammentari e immaginare una città praticamente nuova in grado di essere vivibile in condizioni climatiche molto diverse da quelle attuali. Sebbene vi siano progetti validi, manca ancora una visione d’insieme, una strategia organica e pervasiva che sia realmente commisurata all’urgenza improrogabile della sfida climatica epocale che Milano ha di fronte.
Sostenibile e giusta
Il cambiamento climatico è un acceleratore di diseguaglianze urbane. In una città densa come Milano, gli effetti dell’aumento delle temperature non si distribuiscono in modo uniforme: a essere più esposti sono i quartieri popolari, gli anziani soli, le famiglie a basso reddito, le persone che vivono in alloggi degradati o privi di ventilazione naturale.
Le mappe di calore della città evidenziano che le aree con maggiore densità edilizia e minore dotazione di verde subiscono un effetto "isola di calore urbana" molto marcato, con differenze termiche anche superiori ai 5°C rispetto a zone alberate e ventilate come il Parco Sempione. Vivere in un quartiere più caldo significa sopportare una maggiore spesa energetica per raffrescare la casa (spesa che molti non possono permettersi), avere un maggiore rischio sanitario in caso di ondate di calore (che già oggi provocano centinaia di decessi ogni estate), dover affrontare giornate intere in ambienti chiusi, spesso senza spazi pubblici accoglienti o refrigerati.
Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, Milano è tra le città europee con più bassa preparazione al cambiamento climatico proprio per i suoi quartieri meno centrali, a causa della debolezza delle reti di welfare territoriale, dell’insufficiente adattamento dell’edilizia sociale e della carenza di infrastrutture verdi diffuse.
Gli interventi di adattamento climatico non sono, dunque, neutri.
La loro efficacia dipende dalla capacità di cogliere la stratificazione sociale della città. I bonus per l’efficientamento energetico sono stati ampiamente utilizzati nei quartieri medio-borghesi e nelle zone centrali, ma hanno avuto un impatto molto limitato negli ambiti di edilizia popolare o nei condomìni dove l’organizzazione condominiale è debole o mancano risorse per anticipare le spese. Così, paradossalmente, la transizione energetica ha finito per accentuare il divario tra chi può migliorare le proprie condizioni abitative e chi resta esposto al caldo, all’umidità e alla scarsa qualità dell’aria.
Anche la mobilità urbana, in assenza di una progettazione integrata, rischia di produrre effetti distorsivi. L’estensione di zone a traffico limitato e la pedonalizzazione di alcuni quartieri centrali – operazioni assolutamente condivisibili sul piano ambientale – vanno spesso di pari passo con l’aumento dei prezzi immobiliari e con la riduzione della popolazione residente, sostituita da attività commerciali e locazioni brevi. Allo stesso tempo, nei quartieri meno centrali, le carenze del trasporto pubblico (specialmente nelle ore serali e nei fine settimana) e l’insufficienza di piste ciclabili sicure rendono difficile adottare stili di mobilità sostenibile e rallentano il fisiologico processo di allargamento della città. A Vienna o a Zurigo, i piani di adattamento climatico includono esplicitamente il potenziamento del trasporto pubblico come misura di giustizia climatica: a Milano, questa consapevolezza è ancora debole, e il costo dell’abbonamento ATM (al netto delle agevolazioni previste) resta un ostacolo per molte famiglie.
Infine, la questione delle infrastrutture pubbliche che possono mitigare gli effetti del caldo viene raramente tematizzata in modo sistemico. Le piscine comunali sono un esempio eloquente: in un contesto in cui le ondate di calore estive sono sempre più lunghe e frequenti, Milano ha progressivamente disinvestito da questo tipo di strutture, dismettendo impianti (come la piscina Argelati o il Lido) regalandole a una gestione privata. Il numero di piscine accessibili a prezzi calmierati è oggi del tutto insufficiente per una popolazione di oltre 1,3 milioni di abitanti, aggravando il divario tra chi può accedere a centri sportivi privati e chi resta escluso. Lo stesso vale per le biblioteche e i centri civici, spesso non adeguatamente climatizzati o con orari limitati.
Arrivare preparati
L’adattamento agli eventi atmosferici estremi è oggi una condizione necessaria per la sopravvivenza delle grandi città. L’intensificazione delle precipitazioni brevi e violente – effetto diretto del riscaldamento globale – rende sempre più fragile un territorio già segnato da una urbanizzazione compatta e da un sistema idraulico largamente insufficiente. Le esondazioni del Seveso, del Lambro e di altri corsi d’acqua minori non sono eccezioni ma fenomeni ricorrenti, che colpiscono aree densamente abitate come Niguarda, Bruzzano, Ponte Lambro, con danni gravi a famiglie e imprese.
Il progetto delle vasche di laminazione – avviato nel 2010 con l’obiettivo di contenere le piene del Seveso – prosegue con lentezza disarmante. A oggi solo poche delle vasche previste sono operative, mentre altre attendono da anni il completamento. Manca una regia unitaria, capace di coniugare le esigenze di sicurezza idraulica con quelle ambientali, urbanistiche e sociali.
Al contempo, la città resta priva di una strategia sistemica per la gestione delle acque meteoriche: il suolo urbano continua a essere impermeabilizzato dal cemento, i sistemi di raccolta risultano sottodimensionati, e le aree di sfogo naturale delle acque si sono progressivamente ridotte.
Di fronte a questa inerzia infrastrutturale, è necessario un cambio di paradigma che sappia tenere insieme interventi su larga scala e azioni rapide e diffuse. In questo senso, Milano potrebbe avviare una rete climatica urbana fondata su micro-interventi rigenerativi capaci di agire a livello di quartiere: cortili scolastici de-impermeabilizzati, tetti verdi sugli immobili nella disponibilità del Comune, pergolati ombreggianti in prossimità di residenze popolari, micro-parchi assorbenti tra i lotti edilizi. Città come Parigi, Bruxelles e Lione stanno già sperimentando con successo la trasformazione dei cortili scolastici in “oasi climatiche”, rendendoli accessibili anche durante l’estate alle famiglie e ai residenti dei quartieri più vulnerabili. L’obiettivo è duplice: ridurre la temperatura urbana e offrire spazi di benessere collettivo all’interno di un’ottica gratuita e pubblica.
In questo contesto, l’acqua può tornare a essere un’infrastruttura urbana.
Recuperare la Milano città d’acqua non significa indulgere nella nostalgia, ma ripensare i Navigli e il sistema dei canali come dispositivi ambientali multifunzionali.
Studi del Politecnico di Milano dimostrano che una riapertura selettiva dei Navigli, integrata a una rete di drenaggio urbano sostenibile, potrebbe contribuire significativamente alla mitigazione delle ondate di calore e alla gestione delle acque meteoriche. La presenza di acqua in superficie abbassa le temperature, aumenta l’umidità relativa e contribuisce alla creazione di microclimi più tollerabili nei mesi estivi.