Chi volta el cuu a Milan, el ghe volta al pan. In questo sintetico ed efficace detto, i milanesi hanno da sempre riassunto l’essenza del patto che la città propone a chiunque la abiti: storicamente, Milano offre il “pane”.
In un’Italia spesso stagnante, Milano si traduce in opportunità e progresso: beni rari che rendono la sua prospettiva un futuro appetibile tanto per chi vi nasce quanto per i moltissimi che vi arrivano. È proprio su questo paradigma che si fondano le narrazioni tradizionali della città: da un lato, lo stereotipo di una Milano fredda, antipatica e arrivista; dall’altro, l’epica della metropoli del fare, operosa e dinamica.
Il lavoro è stato, senza dubbio, l’elemento determinante della storia milanese, il fattore che ha forgiato l’identità tanto delle sue classi dirigenti quanto di quelle lavoratrici. L’intera evoluzione della città, almeno dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi, si è articolata attorno a questo perno. Milano è, a tutti gli effetti, la capitale italiana del lavoro. Il confronto con il resto del paese è quasi impietoso, perché mostra una realtà italiana dove Milano è l’anomalia (ed è spesso vissuta come tale dal resto d’Italia).
La performance del PIL italiano tra il 2010 e il 2025 è una storia di fragilità e di lotta per raggiungere una crescita sostenuta. Il decennio si è aperto con la profonda recessione innescata dalla crisi del debito sovrano, che ha causato una perdita cumulativa di PIL di circa 6,5 punti percentuali solo nel biennio 2012-2013. A questa fase è seguito un periodo di crescita debole e stagnante e lo shock pandemico del 2020. Nonostante la ripresa negli anni successivi sia stata vigorosa, non ha risolto le problematiche strutturali dell’economia italiana. La traiettoria di crescita di Milano negli stessi anni è molto diversa. Anche i dati sulla disoccupazione, occupazione e inattività mostrano un quadro completamente diverso rispetto ai dati nazionali. Gli inattivi sono il 34% contro il 42% nazionale con una differenza di genere del 11% a Milano e del 17% in Italia. I dati sull’occupazione mostrano differenze di quasi dieci punti percentuali tra i due dati (Milano 76,5% contro il 66,3% dell’Italia), mentre il tasso di disoccupazione varia di 3 punti percentuali.
Non tutti i lavori nascono uguali
Milano ha, quindi, l’incredibile punto di forza di essere un motore funzionante in grado di attrarre energie da tutto il paese. Questo elemento ha costituito la solida base per una narrazione positiva della città, che però non è esente dalle problematiche comuni al mercato del lavoro nazionale. Ad esempio, Milano non è esente dal problema del lavoro povero.
Nel capoluogo lombardo sempre più spesso si parla di paghe da fame, contratti precari, stage non retribuiti, stipendi bassi e aziende in posizione di monopsonio: che sono cioè, per un certo tipo di manodopera (migrante, a bassa scolarizzazione, etc.) l’unico datore di lavoro di fatto, e quindi in grado di determinare il costo del lavoro al massimo ribasso.
I dati raccolti dall’Istat mostrano che i lavoratori più giovani, quelli con un titolo di studio meno elevato, gli operai e i lavoratori nelle imprese più piccole sono quelli che ricevono le retribuzioni più basse. Alla mediana, il salario lordo orario a Milano è di 13,21€, il 9% in più rispetto al resto d’Italia e il 5% in più rispetto al resto della Lombardia. Tuttavia, per i lavoratori nel primo decile, il vantaggio rispetto al resto d’Italia si riduce al solo 2% e addirittura rispetto al resto della Lombardia la Città Metropolitana di Milano registra un meno 1%. Sono anche questi dati quelli che impediscono alle imprese milanesi di trovare il personale adeguato. Secondo la Camera di Commercio di Milano, quasi la metà dei profili qualificati ricercati (il 46%) si è rivelata di difficile reperimento, con annunci che restano senza risposta e processi di selezione che non vanno a buon fine.
Il mercato lavorativo milanese non riesce poi a distaccarsi da quelle tensioni sistemiche che appestano i lavoratori italiani: le formidabili barriere all’ingresso e alla progressione di carriera per le nuove generazioni, che collocano l’Italia in una posizione di netto svantaggio competitivo rispetto ai partner europei. L’Italia registra il più basso tasso di occupazione dei neolaureati in Europa, un’elevata incidenza di contratti precari che fungono più da trappola che da trampolino, e retribuzioni di ingresso e progressioni di carriera significativamente inferiori rispetto ai principali Paesi europei.
Ancora, un’anomalia distintiva del contesto italiano (e che anche a Milano è molto evidente) risiede nel profilo della sua classe dirigente: l’Italia presenta la più bassa incidenza di manager laureati in tutta l’Unione Europea (il 25% contro il 58% della media UE). Questo dato suggerisce che i percorsi di carriera verso le posizioni apicali non valorizzano adeguatamente la formazione terziaria, svalutando l’investimento in istruzione e contribuendo a perpetuare stili di leadership tradizionali, spesso percepiti dai lavoratori come inadeguati. Vi è un profondo disallineamento tra la cultura manageriale prevalente e le aspettative evolute di una forza lavoro sempre più attenta al benessere e alla valorizzazione personale. Disallineamento evidente in processi di selezione aziendali spesso non professionali, offerte di lavoro opache e con requisiti sproporzionati, e un sistema di orientamento e servizi per l’impiego inadeguato.
Benché la risoluzione di tali criticità sistemiche trascenda le competenze di un’amministrazione locale, è politicamente intollerabile che il Comune di Milano scelga il silenzio. .L’impegno del Comune sul fronte del lavoro è prima di tutto una scelta politica, il Sindaco di Milano detiene una funzione di rappresentanza politica cruciale e non può esimersi dall’intervenire per denunciare, proprio dalla capitale del Lavoro, le storture che frenano lo sviluppo del Paese.
Sicurezza sul lavoro
Il tema della sicurezza del Lavoro è un elemento che non può più essere ignorato nemmeno dal Comune, sia dal punto di vista politico, sia da quello fattuale. Consideriamo che a Milano guida le classifiche delle morti e degli infortuni sul lavoro in Lombardia, da inizio anno 11 sono stati gli incidenti mortali, otto sono stati gli infortuni mortali e oltre 9 mila i casi di infortunio. Ancora una volta, è l’assenza della politica la critica principale che muoviamo. Dalla città che “dà il pane”, ci si aspetta che la sua guida si faccia portavoce delle istanze del mondo del lavoro.
La voce del Sindaco di Milano non risolverà i problemi, ma ha la forza di imporre un tema nell’agenda del dibattito pubblico.
Pensiamo al ruolo che la politica milanese potrebbe svolgere per dare voce alle schiere di praticanti di Ordini professionali, come Avvocati o Architetti, che dopo anni di studio si ritrovano con retribuzioni irrisorie, inquadrati come autonomi ma quasi sempre di fatto subordinati, e costretti ad accettare condizioni poco sostenibili in nome di un presunto prestigio. Lavori dove già una delega legislativa consente di fatto a studi professionali (legali, di architettura, ecc.) di instaurare rapporti di collaborazione con professionisti iscritti all’albo in condizioni che, per qualsiasi altro lavoratore autonomo, farebbero scattare immediatamente i campanelli d’allarme della subordinazione dissimulata.
Altro aspetto da considerare è la crescita dell’e-commerce e della gig economy, che hanno generato nuove forme di lavoro tanto innovative quanto precarie e insicure. In questi casi all’obbligatoria denuncia politica dovrebbe affiancarsi un intervento più diretto.
La città non può tollerare che sul proprio territorio si consolidino forme di neo-schiavismo che per una forma di sfruttamento moderno che, per gravità, compete con il caporalato nelle campagne e prospera nel silenzio delle Istituzioni. Questi lavoratori, spesso stranieri, operano in condizioni di disagio e pericolo estremo, con conseguenze dirette sulla vita cittadina come l’aumento degli incidenti stradali.
Occorre non solo garantire la sicurezza dei lavoratori e promuovere un dialogo con le aziende per elevare la qualità del servizio, ma anche agire attivamente per tutelare questi lavoratori che, pur non essendo formalmente dipendenti, svolgono un servizio di pubblica utilità.
È dovere dell’Amministrazione guidare il dibattito pubblico su queste tematiche, poiché non è più accettabile che a Milano persistano le condizioni di grave precarietà e sfruttamento che affliggono i rider.
Stage
Infine, il fenomeno dei finti tirocini e degli stage non retribuiti è una realtà fin troppo nota a studenti e neolaureati milanesi. Spesso queste esperienze si rivelano frustranti, poco formative e prive di una reale prospettiva di inserimento lavorativo. Non va meglio a chi cerca lavori temporanei per mantenersi durante gli studi: il mercato è affollato da agenzie poco trasparenti, che pagano poco e in ritardo, spesso per conto di istituzioni pubbliche o eventi che meriterebbero personale qualificato e motivato.