Per lungo tempo, uno dei capisaldi della narrazione positiva su Milano è stato l’idea che la città fosse animata da un fermento e da una partecipazione politica che altrove, in altre regioni d’Italia, non si era riusciti a raggiungere.
Questa percezione fu certamente reale e condivisa in occasione delle elezioni comunali che portarono Giuliano Pisapia a sconfiggere Letizia Moratti. Il fermento e la mobilitazione furono notevoli, e l’apice si raggiunse il 30 maggio 2011, quando una folla immensa si radunò in Piazza Duomo per celebrare la vittoria.
La vittoria di Pisapia fu significativa non solo per il netto margine con cui sconfisse la sindaca uscente, ma perché si inseriva in un contesto politico più ampio: segnava il declino della lunga stagione berlusconiana e lasciava intravedere l’inizio di una fase nuova. Quel successo fu anche il frutto delle reazioni contro il tentativo di imporre un bipolarismo forzato nel Paese, e dell’attivazione civica emersa con le primarie di coalizione. Un outsider, sostenuto da forze politiche relativamente piccole, da una rete civica diffusa e da una parte consistente della classe dirigente milanese, era riuscito a prevalere.
Ci fu molta speranza, molta voglia di partecipare e contribuire. Tuttavia, per una serie di fattori e contingenze politiche differenti, quell’energia potenziale non fu realmente intercettata.
Possiamo dunque affermare, con una certa dose di realismo, che oggi a Milano non c’è una grande partecipazione politica tradizionalmente intesa.
Questo tema è di rilevanza cruciale, perché tocca non solo il principio di legittimazione democratica dell’azione amministrativa, ma anche la coesione di una società che aspira a definirsi democratica in un’epoca segnata da trasformazioni profonde e da preoccupanti derive antidemocratiche.
Partecipazione pubblica all’Amministrazione
Negli ultimi anni, il Comune di Milano ha cercato di trasformare la partecipazione politica e amministrativa da principio astratto a pratica concreta e inclusiva.
Uno dei primi esperimenti rilevanti in tal senso è stato il Bilancio Partecipativo, avviato nel biennio 2015-2016 come forma di democrazia diretta: il Comune destinò 9 milioni di euro del proprio bilancio — uno per ciascun Municipio — a progetti proposti e votati direttamente dai cittadini. La votazione avvenne tramite la piattaforma digitale Milano Partecipa, basata su software open source, attraverso cui i milanesi poterono presentare idee per opere pubbliche nei quartieri, co-progettarle insieme agli uffici comunali e infine votarle. Pur non privo di criticità, si trattò di un tentativo politico concreto di riallacciare il legame tra cittadini e istituzioni. La piattaforma, tuttora attiva, rappresenta un’infrastruttura digitale valida per promuovere strumenti di partecipazione quali petizioni, referendum e monitoraggio dei processi in corso. È uno spazio che meriterebbe maggiore attenzione e valorizzazione.
Un altro esempio è l’Assemblea Permanente dei Cittadini sul Clima, introdotta nel 2022 all’interno del Piano Aria e Clima approvato nello stesso anno. Si tratta della prima esperienza a Milano di “democrazia del sorteggio”: l’assemblea è composta da 90 cittadini estratti in modo casuale, rappresentativi della popolazione per genere, età (dai 16 anni in su), provenienza geografica e zona di residenza. Questi cittadini si riuniscono con cadenza bimestrale, sia in plenaria sia in gruppi tematici, affiancati da esperti e facilitatori. Il compito dell’Assemblea è formulare raccomandazioni operative da integrare nel piano per la transizione ecologica della città fino al 2030. Il processo di selezione ha coinvolto oltre 10.000 inviti inviati a un campione rappresentativo della popolazione, ricevendo più di 700 adesioni, tra cui sono stati poi selezionati i membri finali.
Pur trattandosi ancora di esperienze limitate, e talvolta percepite come simboliche o marginali, esse rappresentano aperture significative verso una democrazia più deliberativa.
Questi e altri esempi, mostrano come la politica milanese, infatti, abbia mostrato una timida apertura verso pratiche partecipative, senza però integrare davvero questi strumenti nei processi decisionali più rilevanti. Spesso li ha utilizzati in modo episodico, evitando di applicarli a temi cruciali e controversi. Un esempio emblematico è la totale assenza di una discussione pubblica strutturata sul progetto del nuovo Stadio di San Siro. Un intervento di grande impatto per il futuro della città, trattato invece come una questione amministrativa o, peggio, come un affare privato di natura immobiliare, senza alcuna forma di coinvolgimento diretto della cittadinanza.
Alla base di questa reticenza vi è il timore che la partecipazione diretta possa degenerare in dinamiche caotiche, simili a quelle viste in alcune esperienze legate al “grillismo”, percepite come incontrollabili o manipolabili.
Eppure, la partecipazione strutturata e consapevole non intende sostituire le istituzioni rappresentative, bensì rafforzarle, offrendo ai cittadini un ruolo attivo nella definizione delle politiche pubbliche.
Forse si è temuto di svuotare di significato le istituzioni tradizionali come i Consigli di Municipio o il Consiglio Comunale, concepiti come sedi deputate alla rappresentanza delle istanze collettive. Ma in una società in rapida trasformazione, dove le istituzioni appaiono sempre più distanti dai cittadini, questa visione risulta miope e anacronistica. Oggi più che mai, è necessario rivitalizzare il sistema democratico locale. Le forme di democrazia partecipativa possono rappresentare un’opportunità per ricostruire un rapporto di fiducia tra rappresentanti e rappresentati, generando benefici concreti tanto per la cittadinanza quanto per la qualità del governo.
Partecipazione Politica e non
Uno degli aspetti più sottovalutati dalla politica milanese è il progressivo e preoccupante crollo della partecipazione elettorale. Questo fenomeno viene spesso ignorato o minimizzato, probabilmente a causa di una convinzione diffusa — tanto a livello individuale quanto collettivo — secondo cui il calo dell’affluenza possa aprire spazi per carriere personali, agevolate dall’abbassamento delle soglie di consenso necessarie per accedere alle istituzioni. Tale visione, però, è miope e rischiosa. Una minore partecipazione comporta infatti una ridotta legittimazione politica, che si traduce in una perdita di autorevolezza e capacità decisionale, sia per i singoli rappresentanti, sia — soprattutto — per le istituzioni stesse.
Il Comune, che dovrebbe essere l’istituzione più vicina ai cittadini, è oggi tra le meno sentite e meno credibili. La sfiducia è tangibile: la politica municipale appare debole, priva di leadership, frammentata in soggetti poco rappresentativi e spesso guidata da logiche personali anziché da un reale progetto civico.
Il Consiglio Comunale di Milano rappresenta l’esempio più evidente di questa crisi: oltre a un indebolimento dovuto a cause strutturali, oggi soffre di un forte deficit di legittimazione politica, determinato dalla scarsità di consenso popolare e dalla carenza di una classe dirigente qualificata.
Se si confrontano i dati attuali con quelli delle decadi precedenti, la discesa è evidente. Alle elezioni comunali del 1993, l’affluenza superava il 78%; alle politiche del 1987 si sfiorava addirittura il 90%., ma anche nel 2001 alle comunali votò circa l’83% della popolazione. Negli ultimi anni, il calo è stato costante e particolarmente marcato in occasione delle elezioni cosiddette “intermedie” — europee, referendum, regionali — in cui un tempo Milano registrava comunque buoni livelli di partecipazione, mentre oggi si evidenzia un diffuso disinteresse.
Ad esempio, le elezioni europee del 2019 avevano fatto segnare una ripresa, con quasi il 60% dei votanti in città (in aumento rispetto al 55% del 2014). Tuttavia, nel 2024 la partecipazione è scesa nuovamente sotto il 50%, segno che il 2019 fu probabilmente un’eccezione legata alla forte polarizzazione della campagna elettorale tra sostenitori e oppositori dell’Unione Europea. Il dato più allarmante riguarda però le elezioni amministrative. Nel 2011 l’affluenza sfiorava il 68%, mentre nel 2021 si è ridotta a un modesto 47%. Un calo drastico, con una differenza di 7 punti anche rispetto al già deludente risultato del 2016. Eppure, nello stesso periodo, le elezioni politiche hanno continuato a mobilitare una parte consistente dell’elettorato milanese: politiche 2018 al 74%, europee 2019 al 59%, politiche 2022 al 68%. Dati che suggeriscono che quando l’elezione è percepita come rilevante, i cittadini partecipano. I milanesi non sono indifferenti alla politica in senso lato, ma percepiscono una distanza crescente dalla politica locale, vista come inefficace, autoreferenziale e incapace di attrarre figure autorevoli e visioni collettive.
Tuttavia, la distanza dalla politica non equivale a disimpegno. Milano continua a essere una città ricca di iniziativa civica, sociale e mutualistica. L’attivismo si esprime attraverso una pluralità di esperienze: progetti ambientali, culturali, educativi e di solidarietà diffusa. È un capitale sociale di grande valore, spesso ignorato dalle istituzioni, che invece dovrebbero riconoscerlo e includerlo nei processi decisionali.
La sfida, per la politica milanese, è proprio questa: abbandonare la logica autoreferenziale e aprirsi all’energia civica della città. Solo così si potrà ricostruire la fiducia perduta e restituire legittimità alle istituzioni locali.