Partecipazione

Partecipazione

Partecipazione

Per lungo tempo, uno dei capisaldi della narrazione positiva su Milano è stato l’idea che la città fosse animata da un fermento e da una partecipazione politica che altrove, in altre regioni d’Italia, non si era riusciti a raggiungere.

Questa percezione fu certamente reale e condivisa in occasione delle elezioni comunali che portarono Giuliano Pisapia a sconfiggere Letizia Moratti. Il fermento e la mobilitazione furono notevoli, e l’apice si raggiunse il 30 maggio 2011, quando una folla immensa si radunò in Piazza Duomo per celebrare la vittoria.

La vittoria di Pisapia fu significativa non solo per il netto margine con cui sconfisse la sindaca uscente, ma perché si inseriva in un contesto politico più ampio: segnava il declino della lunga stagione berlusconiana e lasciava intravedere l’inizio di una fase nuova. Quel successo fu anche il frutto delle reazioni contro il tentativo di imporre un bipolarismo forzato nel Paese, e dell’attivazione civica emersa con le primarie di coalizione. Un outsider, sostenuto da forze politiche relativamente piccole, da una rete civica diffusa e da una parte consistente della classe dirigente milanese, era riuscito a prevalere.

Ci fu molta speranza, molta voglia di partecipare e contribuire. Tuttavia, per una serie di fattori e contingenze politiche differenti, quell’energia potenziale non fu realmente intercettata.

Possiamo dunque affermare, con una certa dose di realismo, che oggi a Milano non c’è una grande partecipazione politica tradizionalmente intesa.

Questo tema è di rilevanza cruciale, perché tocca non solo il principio di legittimazione democratica dell’azione amministrativa, ma anche la coesione di una società che aspira a definirsi democratica in un’epoca segnata da trasformazioni profonde e da preoccupanti derive antidemocratiche.


Partecipazione pubblica all’Amministrazione

Negli ultimi anni, il Comune di Milano ha cercato di trasformare la partecipazione politica e amministrativa da principio astratto a pratica concreta e inclusiva. 

Uno dei primi esperimenti rilevanti in tal senso è stato il Bilancio Partecipativo, avviato nel biennio 2015-2016 come forma di democrazia diretta: il Comune destinò 9 milioni di euro del proprio bilancio — uno per ciascun Municipio — a progetti proposti e votati direttamente dai cittadini. La votazione avvenne tramite la piattaforma digitale Milano Partecipa, basata su software open source, attraverso cui i milanesi poterono presentare idee per opere pubbliche nei quartieri, co-progettarle insieme agli uffici comunali e infine votarle. Pur non privo di criticità, si trattò di un tentativo politico concreto di riallacciare il legame tra cittadini e istituzioni. La piattaforma, tuttora attiva, rappresenta un’infrastruttura digitale valida per promuovere strumenti di partecipazione quali petizioni, referendum e monitoraggio dei processi in corso. È uno spazio che meriterebbe maggiore attenzione e valorizzazione.

Un altro esempio è l’Assemblea Permanente dei Cittadini sul Clima, introdotta nel 2022 all’interno del Piano Aria e Clima approvato nello stesso anno. Si tratta della prima esperienza a Milano di “democrazia del sorteggio”: l’assemblea è composta da 90 cittadini estratti in modo casuale, rappresentativi della popolazione per genere, età (dai 16 anni in su), provenienza geografica e zona di residenza. Questi cittadini si riuniscono con cadenza bimestrale, sia in plenaria sia in gruppi tematici, affiancati da esperti e facilitatori. Il compito dell’Assemblea è formulare raccomandazioni operative da integrare nel piano per la transizione ecologica della città fino al 2030. Il processo di selezione ha coinvolto oltre 10.000 inviti inviati a un campione rappresentativo della popolazione, ricevendo più di 700 adesioni, tra cui sono stati poi selezionati i membri finali.

Pur trattandosi ancora di esperienze limitate, e talvolta percepite come simboliche o marginali, esse rappresentano aperture significative verso una democrazia più deliberativa. 

Questi e altri esempi, mostrano come la politica milanese, infatti, abbia mostrato una timida apertura verso pratiche partecipative, senza però integrare davvero questi strumenti nei processi decisionali più rilevanti. Spesso li ha utilizzati in modo episodico, evitando di applicarli a temi cruciali e controversi. Un esempio emblematico è la totale assenza di una discussione pubblica strutturata sul progetto del nuovo Stadio di San Siro. Un intervento di grande impatto per il futuro della città, trattato invece come una questione amministrativa o, peggio, come un affare privato di natura immobiliare, senza alcuna forma di coinvolgimento diretto della cittadinanza.

Alla base di questa reticenza vi è il timore che la partecipazione diretta possa degenerare in dinamiche caotiche, simili a quelle viste in alcune esperienze legate al “grillismo”, percepite come incontrollabili o manipolabili.

Eppure, la partecipazione strutturata e consapevole non intende sostituire le istituzioni rappresentative, bensì rafforzarle, offrendo ai cittadini un ruolo attivo nella definizione delle politiche pubbliche.

Forse si è temuto di svuotare di significato le istituzioni tradizionali come i Consigli di Municipio o il Consiglio Comunale, concepiti come sedi deputate alla rappresentanza delle istanze collettive. Ma in una società in rapida trasformazione, dove le istituzioni appaiono sempre più distanti dai cittadini, questa visione risulta miope e anacronistica. Oggi più che mai, è necessario rivitalizzare il sistema democratico locale. Le forme di democrazia partecipativa possono rappresentare un’opportunità per ricostruire un rapporto di fiducia tra rappresentanti e rappresentati, generando benefici concreti tanto per la cittadinanza quanto per la qualità del governo. 


Partecipazione Politica e non

Uno degli aspetti più sottovalutati dalla politica milanese è il progressivo e preoccupante crollo della partecipazione elettorale. Questo fenomeno viene spesso ignorato o minimizzato, probabilmente a causa di una convinzione diffusa — tanto a livello individuale quanto collettivo — secondo cui il calo dell’affluenza possa aprire spazi per carriere personali, agevolate dall’abbassamento delle soglie di consenso necessarie per accedere alle istituzioni. Tale visione, però, è miope e rischiosa. Una minore partecipazione comporta infatti una ridotta legittimazione politica, che si traduce in una perdita di autorevolezza e capacità decisionale, sia per i singoli rappresentanti, sia — soprattutto — per le istituzioni stesse. 

Il Comune, che dovrebbe essere l’istituzione più vicina ai cittadini, è oggi tra le meno sentite e meno credibili. La sfiducia è tangibile: la politica municipale appare debole, priva di leadership, frammentata in soggetti poco rappresentativi e spesso guidata da logiche personali anziché da un reale progetto civico. 

Il Consiglio Comunale di Milano rappresenta l’esempio più evidente di questa crisi: oltre a un indebolimento dovuto a cause strutturali, oggi soffre di un forte deficit di legittimazione politica, determinato dalla scarsità di consenso popolare e dalla carenza di una classe dirigente qualificata.

Se si confrontano i dati attuali con quelli delle decadi precedenti, la discesa è evidente. Alle elezioni comunali del 1993, l’affluenza superava il 78%; alle politiche del 1987 si sfiorava addirittura il 90%., ma anche nel 2001 alle comunali votò circa l’83% della popolazione. Negli ultimi anni, il calo è stato costante e particolarmente marcato in occasione delle elezioni cosiddette “intermedie” — europee, referendum, regionali — in cui un tempo Milano registrava comunque buoni livelli di partecipazione, mentre oggi si evidenzia un diffuso disinteresse.

Ad esempio, le elezioni europee del 2019 avevano fatto segnare una ripresa, con quasi il 60% dei votanti in città (in aumento rispetto al 55% del 2014). Tuttavia, nel 2024 la partecipazione è scesa nuovamente sotto il 50%, segno che il 2019 fu probabilmente un’eccezione legata alla forte polarizzazione della campagna elettorale tra sostenitori e oppositori dell’Unione Europea. Il dato più allarmante riguarda però le elezioni amministrative. Nel 2011 l’affluenza sfiorava il 68%, mentre nel 2021 si è ridotta a un modesto 47%. Un calo drastico, con una differenza di 7 punti anche rispetto al già deludente risultato del 2016. Eppure, nello stesso periodo, le elezioni politiche hanno continuato a mobilitare una parte consistente dell’elettorato milanese: politiche 2018 al 74%, europee 2019 al 59%, politiche 2022 al 68%. Dati che suggeriscono che quando l’elezione è percepita come rilevante, i cittadini partecipano. I milanesi non sono indifferenti alla politica in senso lato, ma percepiscono una distanza crescente dalla politica locale, vista come inefficace, autoreferenziale e incapace di attrarre figure autorevoli e visioni collettive.

Tuttavia, la distanza dalla politica non equivale a disimpegno. Milano continua a essere una città ricca di iniziativa civica, sociale e mutualistica. L’attivismo si esprime attraverso una pluralità di esperienze: progetti ambientali, culturali, educativi e di solidarietà diffusa. È un capitale sociale di grande valore, spesso ignorato dalle istituzioni, che invece dovrebbero riconoscerlo e includerlo nei processi decisionali.

La sfida, per la politica milanese, è proprio questa: abbandonare la logica autoreferenziale e aprirsi all’energia civica della città. Solo così si potrà ricostruire la fiducia perduta e restituire legittimità alle istituzioni locali.



Proposte

Assessori eletti in Consiglio Comunale

In passato, la vita politica delle nostre città era animata da personalità di spicco che sceglievano di impegnarsi direttamente per la comunità presentandosi alle elezioni comunali. Il Consiglio Comunale era il cuore pulsante della rappresentanza, un luogo dove le figure più autorevoli della città si confrontavano, decidevano e davano forma al futuro del territorio. Oggi, purtroppo, lo scenario è mutato. Le leggi nazionali hanno gradualmente eroso le competenze dei consigli, trasformandoli, in molti casi, in organismi svuotati della loro effettiva capacità decisionale. 

Questa perdita di peso istituzionale ha allontanato molte figure di spicco, che non trovano più nel Consiglio Comunale la sede autorevole per incidere realmente sulla vita della città. Per affrontare questa crisi di rappresentatività e ridare slancio alla partecipazione politica, è necessario un atto forte e coraggioso. Proponiamo di tornare a un principio fondamentale della buona amministrazione: nominare gli assessori solo ed esclusivamente tra i consiglieri comunali eletti. Questa scelta non è un semplice aggiustamento tecnico, ma una vera e propria rivoluzione culturale. Renderebbe la candidatura al Consiglio Comunale nuovamente appetibile per quelle personalità cittadine che desiderano mettersi in gioco, perché saprebbero che il loro impegno potrebbe culminare in un ruolo di governo diretto della città. L’idea è di ripopolare il Consiglio con le menti più brillanti e le voci più autorevoli, ricostruendo un legame forte tra il mandato elettorale e la responsabilità di governo. Il vero obiettivo, tuttavia, va oltre il singolo assessore: si tratta di un piccolo contributo per ridare dignità e autorevolezza al Consiglio Comunale stesso.  Solo se questo organo torna a essere percepito come il luogo dove si prendono le decisioni che contano e come vero foro di discussione, potremo sperare di rivedere una vera partecipazione e un autentico spirito di servizio da parte delle élite civiche.

Assessori eletti in Consiglio Comunale

In passato, la vita politica delle nostre città era animata da personalità di spicco che sceglievano di impegnarsi direttamente per la comunità presentandosi alle elezioni comunali. Il Consiglio Comunale era il cuore pulsante della rappresentanza, un luogo dove le figure più autorevoli della città si confrontavano, decidevano e davano forma al futuro del territorio. Oggi, purtroppo, lo scenario è mutato. Le leggi nazionali hanno gradualmente eroso le competenze dei consigli, trasformandoli, in molti casi, in organismi svuotati della loro effettiva capacità decisionale. 

Questa perdita di peso istituzionale ha allontanato molte figure di spicco, che non trovano più nel Consiglio Comunale la sede autorevole per incidere realmente sulla vita della città. Per affrontare questa crisi di rappresentatività e ridare slancio alla partecipazione politica, è necessario un atto forte e coraggioso. Proponiamo di tornare a un principio fondamentale della buona amministrazione: nominare gli assessori solo ed esclusivamente tra i consiglieri comunali eletti. Questa scelta non è un semplice aggiustamento tecnico, ma una vera e propria rivoluzione culturale. Renderebbe la candidatura al Consiglio Comunale nuovamente appetibile per quelle personalità cittadine che desiderano mettersi in gioco, perché saprebbero che il loro impegno potrebbe culminare in un ruolo di governo diretto della città. L’idea è di ripopolare il Consiglio con le menti più brillanti e le voci più autorevoli, ricostruendo un legame forte tra il mandato elettorale e la responsabilità di governo. Il vero obiettivo, tuttavia, va oltre il singolo assessore: si tratta di un piccolo contributo per ridare dignità e autorevolezza al Consiglio Comunale stesso.  Solo se questo organo torna a essere percepito come il luogo dove si prendono le decisioni che contano e come vero foro di discussione, potremo sperare di rivedere una vera partecipazione e un autentico spirito di servizio da parte delle élite civiche.

Assessori eletti in Consiglio Comunale

In passato, la vita politica delle nostre città era animata da personalità di spicco che sceglievano di impegnarsi direttamente per la comunità presentandosi alle elezioni comunali. Il Consiglio Comunale era il cuore pulsante della rappresentanza, un luogo dove le figure più autorevoli della città si confrontavano, decidevano e davano forma al futuro del territorio. Oggi, purtroppo, lo scenario è mutato. Le leggi nazionali hanno gradualmente eroso le competenze dei consigli, trasformandoli, in molti casi, in organismi svuotati della loro effettiva capacità decisionale. 

Questa perdita di peso istituzionale ha allontanato molte figure di spicco, che non trovano più nel Consiglio Comunale la sede autorevole per incidere realmente sulla vita della città. Per affrontare questa crisi di rappresentatività e ridare slancio alla partecipazione politica, è necessario un atto forte e coraggioso. Proponiamo di tornare a un principio fondamentale della buona amministrazione: nominare gli assessori solo ed esclusivamente tra i consiglieri comunali eletti. Questa scelta non è un semplice aggiustamento tecnico, ma una vera e propria rivoluzione culturale. Renderebbe la candidatura al Consiglio Comunale nuovamente appetibile per quelle personalità cittadine che desiderano mettersi in gioco, perché saprebbero che il loro impegno potrebbe culminare in un ruolo di governo diretto della città. L’idea è di ripopolare il Consiglio con le menti più brillanti e le voci più autorevoli, ricostruendo un legame forte tra il mandato elettorale e la responsabilità di governo. Il vero obiettivo, tuttavia, va oltre il singolo assessore: si tratta di un piccolo contributo per ridare dignità e autorevolezza al Consiglio Comunale stesso.  Solo se questo organo torna a essere percepito come il luogo dove si prendono le decisioni che contano e come vero foro di discussione, potremo sperare di rivedere una vera partecipazione e un autentico spirito di servizio da parte delle élite civiche.

Democrazia cittadina estesa

La crisi che attanaglia le democrazie europee impone una riflessione non più differibile, che deve coinvolgere l’intera società, a partire dalle sue élite culturali e politiche. Questa riflessione esige un atto politico fondativo: l’allargamento della base di consenso per infondere nuovo impulso a un sistema che appare sclerotizzato. Questo stallo alimenta in vasti strati della popolazione la percezione dell’inutilità del voto, una disaffezione che si traduce nel dilagante fenomeno dell’astensionismo.

Tale vuoto politico espone le nostre società alla minaccia di progetti illiberali che mirano a svuotare di senso le istituzioni e a ridurre la democrazia a un mero simulacro, come dimostrano pericolose tendenze emerse in tutto il continente. Pur nella consapevolezza che un’Amministrazione comunale non detiene competenze dirette per riformare l’architettura democratica nazionale, una metropoli come Milano ha il dovere politico e morale di lanciare un segnale potente. Non si tratta di intervenire sulla normativa, ma di promuovere un atto di rottura, un impulso di allargamento della partecipazione che parta dal basso. Il paradosso è che proprio la nostra città, cuore pulsante del Paese, nega la piena partecipazione a segmenti vitali della sua stessa comunità. Dalle elezioni amministrative sono oggi esclusi per legge i giovani di 16 e 17 anni, gli studenti universitari e i lavoratori fuorisede che qui vivono e contribuiscono, i cittadini di origine straniera residenti da anni sul nostro territorio, incluse le “seconde generazioni” in attesa di cittadinanza, e i residenti non comunitari di lungo periodo che sono parte integrante del tessuto sociale milanese. Di fronte a questa esclusione normativa, la risposta non può che essere politica. Si propone pertanto di mobilitare le migliori energie civiche della città in un comitato promotore che, in concomitanza con le elezioni ufficiali, organizzi delle elezioni parallele: un’infrastruttura di voto simbolica ma politicamente dirompente, che permetta a queste comunità escluse di esprimere la propria volontà. Non un voto fittizio, ma un atto di affermazione di cittadinanza, un modo per rendere visibile l’invisibile e per rivendicare il diritto a contare nelle decisioni che plasmano il futuro della città in cui vivono.

Democrazia cittadina estesa

La crisi che attanaglia le democrazie europee impone una riflessione non più differibile, che deve coinvolgere l’intera società, a partire dalle sue élite culturali e politiche. Questa riflessione esige un atto politico fondativo: l’allargamento della base di consenso per infondere nuovo impulso a un sistema che appare sclerotizzato. Questo stallo alimenta in vasti strati della popolazione la percezione dell’inutilità del voto, una disaffezione che si traduce nel dilagante fenomeno dell’astensionismo.

Tale vuoto politico espone le nostre società alla minaccia di progetti illiberali che mirano a svuotare di senso le istituzioni e a ridurre la democrazia a un mero simulacro, come dimostrano pericolose tendenze emerse in tutto il continente. Pur nella consapevolezza che un’Amministrazione comunale non detiene competenze dirette per riformare l’architettura democratica nazionale, una metropoli come Milano ha il dovere politico e morale di lanciare un segnale potente. Non si tratta di intervenire sulla normativa, ma di promuovere un atto di rottura, un impulso di allargamento della partecipazione che parta dal basso. Il paradosso è che proprio la nostra città, cuore pulsante del Paese, nega la piena partecipazione a segmenti vitali della sua stessa comunità. Dalle elezioni amministrative sono oggi esclusi per legge i giovani di 16 e 17 anni, gli studenti universitari e i lavoratori fuorisede che qui vivono e contribuiscono, i cittadini di origine straniera residenti da anni sul nostro territorio, incluse le “seconde generazioni” in attesa di cittadinanza, e i residenti non comunitari di lungo periodo che sono parte integrante del tessuto sociale milanese. Di fronte a questa esclusione normativa, la risposta non può che essere politica. Si propone pertanto di mobilitare le migliori energie civiche della città in un comitato promotore che, in concomitanza con le elezioni ufficiali, organizzi delle elezioni parallele: un’infrastruttura di voto simbolica ma politicamente dirompente, che permetta a queste comunità escluse di esprimere la propria volontà. Non un voto fittizio, ma un atto di affermazione di cittadinanza, un modo per rendere visibile l’invisibile e per rivendicare il diritto a contare nelle decisioni che plasmano il futuro della città in cui vivono.

Democrazia cittadina estesa

La crisi che attanaglia le democrazie europee impone una riflessione non più differibile, che deve coinvolgere l’intera società, a partire dalle sue élite culturali e politiche. Questa riflessione esige un atto politico fondativo: l’allargamento della base di consenso per infondere nuovo impulso a un sistema che appare sclerotizzato. Questo stallo alimenta in vasti strati della popolazione la percezione dell’inutilità del voto, una disaffezione che si traduce nel dilagante fenomeno dell’astensionismo.

Tale vuoto politico espone le nostre società alla minaccia di progetti illiberali che mirano a svuotare di senso le istituzioni e a ridurre la democrazia a un mero simulacro, come dimostrano pericolose tendenze emerse in tutto il continente. Pur nella consapevolezza che un’Amministrazione comunale non detiene competenze dirette per riformare l’architettura democratica nazionale, una metropoli come Milano ha il dovere politico e morale di lanciare un segnale potente. Non si tratta di intervenire sulla normativa, ma di promuovere un atto di rottura, un impulso di allargamento della partecipazione che parta dal basso. Il paradosso è che proprio la nostra città, cuore pulsante del Paese, nega la piena partecipazione a segmenti vitali della sua stessa comunità. Dalle elezioni amministrative sono oggi esclusi per legge i giovani di 16 e 17 anni, gli studenti universitari e i lavoratori fuorisede che qui vivono e contribuiscono, i cittadini di origine straniera residenti da anni sul nostro territorio, incluse le “seconde generazioni” in attesa di cittadinanza, e i residenti non comunitari di lungo periodo che sono parte integrante del tessuto sociale milanese. Di fronte a questa esclusione normativa, la risposta non può che essere politica. Si propone pertanto di mobilitare le migliori energie civiche della città in un comitato promotore che, in concomitanza con le elezioni ufficiali, organizzi delle elezioni parallele: un’infrastruttura di voto simbolica ma politicamente dirompente, che permetta a queste comunità escluse di esprimere la propria volontà. Non un voto fittizio, ma un atto di affermazione di cittadinanza, un modo per rendere visibile l’invisibile e per rivendicare il diritto a contare nelle decisioni che plasmano il futuro della città in cui vivono.

“Milano Partecipa” vincolante 

Il Comune di Milano dispone già degli strumenti necessari per organizzare e gestire spazi di coinvolgimento civico, sia digitali che fisici. Come già evidenziato, esistono piattaforme, risorse e canali in grado di ospitare percorsi di discussione e confronto pubblico. Ciò che manca, però, è una selezione coraggiosa e rilevante dei temi fondamentali su cui attivare il dibattito. Oggi la partecipazione è spesso appannaggio di un ristretto numero di sigle la cui principale preoccupazione è, spesso, l’autoriproduzione. Occorre invece sviluppare una vera progettualità, capace di far vivere i processi partecipativi oltre i limiti temporali delle singole Amministrazioni. Non si tratta di creare un canale alternativo alle istituzioni esistenti, ma di realizzare uno strumento complementare, che rafforzi il rapporto tra cittadini e istituzioni. Un luogo — fisico e digitale — dove le istanze che emergono dalla città possano trovare ascolto, interlocuzione e potenziale attuazione.

In questo senso, la piattaforma Milano Partecipa deve cessare di essere il simulacro di una comunità immobile. Deve diventare invece il fulcro di un’iniziativa politica reale, capace di mettere al centro la discussione pubblica e affrontare con trasparenza e coinvolgimento i temi più sentiti dalla cittadinanza: mobilità, edilizia, costo della vita, ambiente, welfare. Proposte come quella dell’Associazione Adesso!, che ha avanzato un’idea concreta per l’introduzione di un salario minimo cittadino, non possono rimanere silenziosamente depositate su un portale. È fondamentale che ricevano una risposta istituzionale e diventino oggetto di dibattito pubblico. Le istituzioni devono essere presenti nei percorsi partecipativi proprio perché non si tratta di canali alternativi, ma di spazi condivisi, legittimati e aperti, da cui esse stesse possono trarre forza e rinnovamento. Se usata correttamente e messa a disposizione di tutti i gruppi politici e civici, la piattaforma potrebbe diventare il vero punto di incontro e dialogo pubblico digitale tra istituzioni, comitati, associazioni e cittadini, rappresentando un’alternativa valida ai social network, spesso effimeri e distorsivi. 

“Milano Partecipa” vincolante 

Il Comune di Milano dispone già degli strumenti necessari per organizzare e gestire spazi di coinvolgimento civico, sia digitali che fisici. Come già evidenziato, esistono piattaforme, risorse e canali in grado di ospitare percorsi di discussione e confronto pubblico. Ciò che manca, però, è una selezione coraggiosa e rilevante dei temi fondamentali su cui attivare il dibattito. Oggi la partecipazione è spesso appannaggio di un ristretto numero di sigle la cui principale preoccupazione è, spesso, l’autoriproduzione. Occorre invece sviluppare una vera progettualità, capace di far vivere i processi partecipativi oltre i limiti temporali delle singole Amministrazioni. Non si tratta di creare un canale alternativo alle istituzioni esistenti, ma di realizzare uno strumento complementare, che rafforzi il rapporto tra cittadini e istituzioni. Un luogo — fisico e digitale — dove le istanze che emergono dalla città possano trovare ascolto, interlocuzione e potenziale attuazione.

In questo senso, la piattaforma Milano Partecipa deve cessare di essere il simulacro di una comunità immobile. Deve diventare invece il fulcro di un’iniziativa politica reale, capace di mettere al centro la discussione pubblica e affrontare con trasparenza e coinvolgimento i temi più sentiti dalla cittadinanza: mobilità, edilizia, costo della vita, ambiente, welfare. Proposte come quella dell’Associazione Adesso!, che ha avanzato un’idea concreta per l’introduzione di un salario minimo cittadino, non possono rimanere silenziosamente depositate su un portale. È fondamentale che ricevano una risposta istituzionale e diventino oggetto di dibattito pubblico. Le istituzioni devono essere presenti nei percorsi partecipativi proprio perché non si tratta di canali alternativi, ma di spazi condivisi, legittimati e aperti, da cui esse stesse possono trarre forza e rinnovamento. Se usata correttamente e messa a disposizione di tutti i gruppi politici e civici, la piattaforma potrebbe diventare il vero punto di incontro e dialogo pubblico digitale tra istituzioni, comitati, associazioni e cittadini, rappresentando un’alternativa valida ai social network, spesso effimeri e distorsivi. 

“Milano Partecipa” vincolante 

Il Comune di Milano dispone già degli strumenti necessari per organizzare e gestire spazi di coinvolgimento civico, sia digitali che fisici. Come già evidenziato, esistono piattaforme, risorse e canali in grado di ospitare percorsi di discussione e confronto pubblico. Ciò che manca, però, è una selezione coraggiosa e rilevante dei temi fondamentali su cui attivare il dibattito. Oggi la partecipazione è spesso appannaggio di un ristretto numero di sigle la cui principale preoccupazione è, spesso, l’autoriproduzione. Occorre invece sviluppare una vera progettualità, capace di far vivere i processi partecipativi oltre i limiti temporali delle singole Amministrazioni. Non si tratta di creare un canale alternativo alle istituzioni esistenti, ma di realizzare uno strumento complementare, che rafforzi il rapporto tra cittadini e istituzioni. Un luogo — fisico e digitale — dove le istanze che emergono dalla città possano trovare ascolto, interlocuzione e potenziale attuazione.

In questo senso, la piattaforma Milano Partecipa deve cessare di essere il simulacro di una comunità immobile. Deve diventare invece il fulcro di un’iniziativa politica reale, capace di mettere al centro la discussione pubblica e affrontare con trasparenza e coinvolgimento i temi più sentiti dalla cittadinanza: mobilità, edilizia, costo della vita, ambiente, welfare. Proposte come quella dell’Associazione Adesso!, che ha avanzato un’idea concreta per l’introduzione di un salario minimo cittadino, non possono rimanere silenziosamente depositate su un portale. È fondamentale che ricevano una risposta istituzionale e diventino oggetto di dibattito pubblico. Le istituzioni devono essere presenti nei percorsi partecipativi proprio perché non si tratta di canali alternativi, ma di spazi condivisi, legittimati e aperti, da cui esse stesse possono trarre forza e rinnovamento. Se usata correttamente e messa a disposizione di tutti i gruppi politici e civici, la piattaforma potrebbe diventare il vero punto di incontro e dialogo pubblico digitale tra istituzioni, comitati, associazioni e cittadini, rappresentando un’alternativa valida ai social network, spesso effimeri e distorsivi. 

Municipalizzate aperte 

Un elemento spesso trascurato nella costruzione di percorsi partecipativi efficaci è il coinvolgimento diretto delle società pubbliche che gestiscono i servizi essenziali della città. Milano vanta un sistema articolato ed efficiente di imprese partecipate o controllate — tra cui ATM, MM, AMSA, A2A, AMAT, Milano Ristorazione, Centro Studi PIM — che svolgono funzioni fondamentali per la vita quotidiana di milioni di persone.

Tuttavia, queste realtà sono spesso percepite come entità distanti, burocratiche, poco accessibili e raramente dialogano con i cittadini in modo trasparente e diretto. Per superare questa distanza, proponiamo che ogni società partecipata partecipi attivamente alla vita pubblica cittadina attraverso incontri pubblici periodici, eventi aperti e attività di educazione civica. Non si tratterebbe solo di operazioni di comunicazione istituzionale, ma di momenti reali di confronto, ascolto e coprogettazione con i residenti. Il ruolo dei Municipi in questo processo sarebbe centrale. Essi dovrebbero diventare veri e propri hub locali della partecipazione, promuovendo questi incontri, coordinando gli attori coinvolti e adattando i temi alle specificità dei quartieri.

Municipalizzate aperte 

Un elemento spesso trascurato nella costruzione di percorsi partecipativi efficaci è il coinvolgimento diretto delle società pubbliche che gestiscono i servizi essenziali della città. Milano vanta un sistema articolato ed efficiente di imprese partecipate o controllate — tra cui ATM, MM, AMSA, A2A, AMAT, Milano Ristorazione, Centro Studi PIM — che svolgono funzioni fondamentali per la vita quotidiana di milioni di persone.

Tuttavia, queste realtà sono spesso percepite come entità distanti, burocratiche, poco accessibili e raramente dialogano con i cittadini in modo trasparente e diretto. Per superare questa distanza, proponiamo che ogni società partecipata partecipi attivamente alla vita pubblica cittadina attraverso incontri pubblici periodici, eventi aperti e attività di educazione civica. Non si tratterebbe solo di operazioni di comunicazione istituzionale, ma di momenti reali di confronto, ascolto e coprogettazione con i residenti. Il ruolo dei Municipi in questo processo sarebbe centrale. Essi dovrebbero diventare veri e propri hub locali della partecipazione, promuovendo questi incontri, coordinando gli attori coinvolti e adattando i temi alle specificità dei quartieri.

Municipalizzate aperte 

Un elemento spesso trascurato nella costruzione di percorsi partecipativi efficaci è il coinvolgimento diretto delle società pubbliche che gestiscono i servizi essenziali della città. Milano vanta un sistema articolato ed efficiente di imprese partecipate o controllate — tra cui ATM, MM, AMSA, A2A, AMAT, Milano Ristorazione, Centro Studi PIM — che svolgono funzioni fondamentali per la vita quotidiana di milioni di persone.

Tuttavia, queste realtà sono spesso percepite come entità distanti, burocratiche, poco accessibili e raramente dialogano con i cittadini in modo trasparente e diretto. Per superare questa distanza, proponiamo che ogni società partecipata partecipi attivamente alla vita pubblica cittadina attraverso incontri pubblici periodici, eventi aperti e attività di educazione civica. Non si tratterebbe solo di operazioni di comunicazione istituzionale, ma di momenti reali di confronto, ascolto e coprogettazione con i residenti. Il ruolo dei Municipi in questo processo sarebbe centrale. Essi dovrebbero diventare veri e propri hub locali della partecipazione, promuovendo questi incontri, coordinando gli attori coinvolti e adattando i temi alle specificità dei quartieri.

Abstract gradient design featuring smooth transitions from dark gray to black.

Una posizione da cui ripartire a Milano

Abstract gradient design featuring smooth transitions from dark gray to black.

Una posizione da cui ripartire a Milano

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Una posizione da cui ripartire a Milano