La gestione degli spazi pubblici e dei beni comuni a Milano è una questione cruciale, un nodo fondamentale attorno al quale ruota l’intero progetto politico della città. Essa incide non soltanto sulla vita quotidiana dei cittadini, ma anche sulle traiettorie future dello sviluppo urbano, sulle possibilità di rigenerazione economica e culturale, sul benessere collettivo e sull’impatto ambientale delle politiche urbane.
Sono le cose, le architetture, gli spazi pubblici, a fare la città e le sue società nel tempo. Non esiste una polis, e tanto meno la democrazia ateniese, senza l’Agorà, luogo simbolico e pratico dell’assemblea e del conflitto civile. Non c’è Roma senza il Foro, che accoglie edifici pubblici, basiliche, templi, sedi del potere e della vita sociale. Non ci sono l’età dei Comuni e delle Signorie senza la Piazza dei mercanti, il Palazzo della Ragione, il Duomo e il Palazzo della Signoria: tutti elementi materiali che non sono sfondo ma sostanza della vita collettiva.
I Navigli della Milano sforzesca e leonardesca, l’organizzazione urbana voluta da Maria Teresa d’Austria con numeri civici, razionalizzazione topografica e illuminazione pubblica, i grandi stabilimenti industriali dell’Alfa Romeo e della Breda hanno segnato la società industriale e del consumo: ogni epoca ha generato segni tangibili che hanno strutturato la società e il suo modo di abitare, di lavorare, di convivere.
Questi non sono solo esempi isolati: sono testimonianze concrete del modo in cui gli spazi e gli edifici hanno inciso profondamente – e in modo spesso irreversibile – sulla forma della città e sul suo destino politico, economico e sociale.
Infrastrutture della cittadinanza
Nessun serio discorso di rigenerazione, crescita sostenibile o giustizia urbana può prescindere da una visione politica consapevole dello spazio pubblico come bene primario.
Non si può e non si deve, in una città come Milano, con la sua stratificazione storica e la sua funzione di laboratorio urbano, eludere il fatto che lo spazio pubblico non è mai neutrale. Esso è, da sempre, il luogo concreto e simbolico della cittadinanza. È lì che si esercita la democrazia, si esprime il conflitto, si manifesta il potere, si costruisce l’identità collettiva.
Emblematica, in questo senso, è la scelta della giunta comunale guidata da Antonio Greppi che, nel gennaio del 1947, destinò gli spazi del civico 2 in via Rovello – fino a poco tempo prima sede del comando fascista della Legione Ettore Muti – alla nascita del primo teatro stabile di prosa pubblico in Italia: il Piccolo Teatro. Un’operazione urbanistica e culturale insieme, che trasformò un luogo di oppressione in un presidio permanente di rinascita della civiltà e partecipazione.
In questo senso fa invece specie la terribile (non) gestione dell’affare Leoncavallo, una realtà importante per il lavoro svolto ma anche patrimonio storico e culturale della città, che meritava certamente un’attenzione e una soluzione politica più oculata. L’inazione e la mancanza di visione poltica in questo caso ha generato una grande occasione per l’Agenda politica delle forze reazionarie, che è riuscita a rendere il caso di un’occupazione di un immobile abbandonato da decenni da una famiglia milionaria di costruttori da generazioni, in un caso emblematico di “occupazione di case”.
L’assenza di una strategia deliberata che vada a sostegno dei progetti di rigenerazione urbana dal basso. Esistono numerosi beni pubblici sottoutilizzati — locali sfitti al piano terra di edifici ERP, piccole palazzine in disuso, ali di scuole non utilizzate — che possono e devono essere riattivati e assegnati, tramite bandi trasparenti, a quelle associazioni che svolgono funzioni di presidio civile per i quartieri. La creazione di centri a gestione mista (pubblico-privato sociale) crea ancore fisiche per la vita comunitaria, luoghi riconoscibili dove i cittadini possono trovare servizi, informazione e opportunità di socialità. In questi anni un processo è stato avviato, ma molto è ancora da fare.
Allo stesso modo, quando il sindaco Carlo Tognoli organizzava le grandi tavolate di risotto in piazza Duomo, non si limitava a mettere in scena un gesto folcloristico: faceva politica, e lo faceva in maniera esplicita e simbolica, mettendo al centro – letteralmente – i cittadini più fragili.
In un’epoca caratterizzata da tensioni sociali, violenza politica e, in seguito, da un benessere sempre più edonista e superficiale, quell’azione pubblica si configurava come una vera e propria narrazione alternativa, radicata nei bisogni reali e capace di restituire dignità a chi era ai margini. Un gesto di umanità e insieme un atto di governo dello spazio.
Lo spazio fisico abbandonato per la piazza digitale
La gestione dello spazio pubblico deve tornare a essere, esplicitamente e programmaticamente, una questione politica. E deve tornare a essere anche il luogo – fisico, concreto – in cui la politica torna a stare, a misurarsi, a prendere posizione.
Troppo spesso la classe politica attuale si è rifugiata altrove: più precisamente, nello spazio virtuale dei social network, nell’illusione che un post, una storia, una diretta possano sostituire la presenza reale nel corpo vivo della città.
La politica cittadina ha così trasformato lo spazio pubblico in un palcoscenico utile alla costruzione di narrazioni personalistiche, supportate da agenzie che sembrano appositamente costituite per produrre dati e statistiche su misura, che dalle piattaforme asettiche come il sito AMAT vengono trasfigurate in infografiche accattivanti sui profili personali dei politici. Un’estetica digitale completamente dissociata dalla realtà urbana e che i cittadini percepiscono come tale.
È questo il grande fraintendimento della politica contemporanea: aver sostituito l’azione concreta sullo spazio pubblico – anche nella sua dimensione comunicativa – con una rappresentazione astratta e disincarnata. Così la gestione dei luoghi pubblici è stata piegata a strumento della comunicazione digitale, ridotta a scenografia per contenuti social. È anche in base a questa logica che la realizzazione di interventi, tutto sommato modesti, di urbanistica tattica è diventata bandiera di una amministrazione in difficoltà sugli spazi pubblici: piazze colorate, qualche panchina, una fioriera, due rastrelliere per biciclette, et voilà, una “riqualificazione” da immortalare in un carosello di Instagram. Bisogna andare oltre le “riqualificazioni” spot con pittura e fioriere, creando progetti di trasformazione che coinvolgano chi vive quotidianamente gli spazi e che siano fondati su esigenze sociali, non estetiche
Questa situazione è figlia di una narrazione politica – oggi rivelatasi falsa – che ha preso piede nei primi anni Duemila: quella secondo cui lo spazio digitale avrebbe progressivamente sostituito lo spazio pubblico fisico. Si è teorizzato che la piazza del mercato, il foro, l’agorà sarebbero stati rimpiazzati da una “piazza virtuale”, accessibile, democratica, universale. Ma ora possiamo affermarlo con chiarezza: quella era una narrazione ideologica, fuorviante, e profondamente destabilizzante.
L’aver creduto a questa favola e il conseguente abbandono della piazza fisica da parte della politica è stato un errore grave, perché la piazza digitale non è mai stato uno spazio pubblico. È, semmai, l’equivalente del cortile interno della fortezza Antonina, l’accesso è gestito da algoritmi che regolano l’accesso secondo logiche preordinate, che non favoriscono il confronto ma piuttosto l’iper-visibilità, la polarizzazione e il consumo. Il fatto che vi si possa accedere non lo rende uno spazio democratico: è un ambito di interazione commerciale, non civile.
È per questo che si impone oggi un ritorno urgente della Politica allo spazio fisico. Un ritorno che implica un salto culturale rilevante, che impone di riconoscere che la progettazione, la gestione e la destinazione dei beni pubblici non sono dettagli amministrativi, ma il cuore stesso dell’agire politico. È un ambito difficile da comunicare con la grammatica dei social, ma denso di senso, e decisivo per la qualità della vita urbana.
Inoltre, la gestione dello spazio pubblico e dei beni comuni non è un ambito tecnico né un mero sottotema amministrativo. È, al contrario, una delle forme più elevate e concrete dell’agire politico.
È nel governo degli spazi pubblici che la politica si misura con la realtà e produce effetti tangibili sulla vita dei cittadini. Ecco perché bisogna tornare a pensare e agire politicamente su di essi, restituendo loro una funzione chiara, una destinazione che risponda primariamente all’interesse pubblico, e non solo in via residuale o subordinata.
Una gestione non politica
L’assenza della politica e di idee nel settore è stata duratura e significativa in questi anni. Un sonno che è alla causa non solo di una perdita di legittimità e significato della politica stessa e del suo scadente ceto politico, ma anche di molti e gravi problemi reali venuti alla luce anche nel recente periodo.
Un esempio lampante di questa assenza è rappresentato dalla Darsena. Dopo anni di abbandono e degrado, la Darsena era stata oggetto di un intervento di valorizzazione culminato nel periodo immediatamente successivo all’EXPO 2015. Aveva trovato una sua forma di equilibrio, capace di conciliare interessi pubblici e privati: un modello di gestione che garantiva presenza, presidio, sicurezza notturna, oltre a una vitalità diurna fatta di commercio, incontro e fruizione.
Quel modello, alcuni anni fa, è stato interrotto. La sua sostituzione con soluzioni diverse, spesso caratterizzate dalla “non gestione” e dal rimando, ha prodotto gli effetti che oggi sono sotto gli occhi di tutti: una progressiva perdita di funzioni, un indebolimento del presidio, una desertificazione dell’attività, con un conseguente abbandono che ha riconsegnato l’area all’insicurezza, all’improvvisazione e alla casualità del momento.
All’epoca era stato avviato un processo che, nella sua fase iniziale, sembrava tendere verso un equilibrio virtuoso tra pubblico e privato: il secondo non più considerato un nemico, ma un attore legittimo – a patto che si muovesse entro regole condivise e in funzione di un interesse generale.
Ma qualcosa si è spezzato. Il lungo sonno politico ha finito per alterare quella traiettoria, e ha portato, nei fatti, a una graduale marginalizzazione dell’interesse pubblico. Prima ancora che sul piano pratico, è sul piano ideale che l’interesse collettivo è stato retrocesso a variabile secondaria. Le logiche privatistiche si sono imposte come orizzonte dominante, e si è assistito a una serie di gestioni dei beni pubblici che non rappresentano solo un’occasione mancata, ma un vero e proprio processo di depotenziamento e di rinuncia da parte della politica.
Una prova plastica di questa cessione di sovranità politica è il ruolo assunto dalla Commissione Paesaggio del Comune di Milano, emerso in modo inequivocabile anche nelle recenti inchieste.
La modalità di nomina della Commissione – non sottoposta a voto del Consiglio Comunale, ma decisa direttamente dalla Giunta – è di per sé indicativa di una volontà di delega tecnica che non prevede un vaglio politico. È la manifestazione concreta di una politica che abdica al proprio ruolo di indirizzo, controllo e anche di denuncia, cedendo potere a soggetti tecnici, professionisti spesso autoreferenziali, impermeabili al confronto democratico e evidentemente abituati ad un dialogo più corporativo.
È attraverso il vuoto di presenza, di progettualità e di capacità di governo della classe politica che si è costruita questa impostazione politica. Il tema dello spazio pubblico è stato ridotto a una questione meramente urbanistica, appannaggio esclusivo di architetti, costruttori, consulenti. È inaccettabile che sulle grandi operazioni immobiliari di questi anni la classe politica cittadina non abbia esercitato se non un ruolo di indirizzo, quantomeno un ruolo attivo.
Il caso delle piscine pubbliche è un esempio ideale di questa logica distorta. Il tema della balneazione pubblica è direttamente connesso alla gestione dei centri sportivi cittadini, che in teoria fanno capo a Milanosport, società controllata al 100% dal Comune. In teoria, appunto: perché oggi Milanosport gestisce solo una piccola parte dei 118 centri sportivi presenti a Milano. E ciò che un tempo garantiva l’accesso allo sport a prezzi calmierati è stato via via smantellato, con la progressiva cessione al privato, senza alcuna strategia di rilancio o ripensamento.
Un caso paradigmatico è quello del Lido di Milano: un gioiello architettonico degli anni ’30, luogo simbolico della balneazione pubblica milanese. È stato prima chiuso, poi affidato alla multinazionale spagnola Go Fit, che ha avviato un complesso progetto di ristrutturazione che, forse, sarà completato nei prossimi anni e che prevederà un inevitabile innalzamento dei costi e una drastica riduzione dell’accesso agli impianti per la cittadinanza.
Chi amministra il Comune ha giustificato la decisione con il tema dell’insostenibilità economico-fiscale delle strutture: la balneazione pubblica non genera introiti sufficienti. Ma questa è una visione contabile e non-politica, una visione ragionieristica dei fatti. È del tutto assente la prospettiva dell’investimento a redditività sociale: l’idea che un servizio possa non essere economicamente remunerativo ma socialmente necessario in termini di salute, inclusione, socialità.
Un approccio estraneo e alieno a una politica cittadina che ignora e che, arrogante, è anche sempre più refrattaria alle opinioni contrastanti, come ha dimostrato la dialettica tra l’Amministrazione e l’associazione Sai che puoi?, che ha avuto il pregio di contrastare queste decisioni, sollevando una battaglia politica e culturale di grande valore.
In questo frangente, come in altri, si è scelto di favorire la remunerazione degli investimenti fatti dai privati – spesso e volentieri milionari – a discapito di un vantaggio pubblico di cui avrebbe potuto beneficiare l’intera comunità cittadina.
La stessa logica ha portato alla consistente cessione del patrimonio pubblico che ha riguardato, in anni recenti, anche numerosi immobili comunali. Nel 2007 si scelse la strada dei fondi immobiliari, che solo recentemente si è deciso di concludere. Un’esperienza che lo stesso assessore Emmanuel Conte ha definito “non positiva” per il Comune, ma che è stata senza dubbio vantaggiosa per BNP Paribas Real Estate Investment Management Italy Sgr che è stata ben remunerata per gestire l’operazione. Non paghi, si è scelto di perseguire la stessa strada anche nel 2024 per dismettere (necessità preventivamente giustificata dal solito “scandalo affitti”) anche gli immobili del Pio Albergo Trivulzio, stavolta con il fondo Invimit.
Ancora, è il caso del Palazzo delle Scintille, splendida costruzione degli anni ’20 situata a CityLife, uno dei simboli della trasformazione di Milano. Il Palazzo è stato oggetto di un importante restauro voluto dal Comune che, tra il 2017 e il 2018, ne ha riportato alla luce la decorazione liberty originale.
Nel 2019, il Comune ha deciso di venderlo tramite asta pubblica aggiudicata a Generali per 30 milioni di euro. Due le motivazioni ufficiali: valorizzazione economica e destinazione d’uso con funzione pubblica. Ma la realtà è che l’immobile è stato ristrutturato per diventare “City Oval”, sede di eventi privati e concerti. Una scelta che non è stata preceduta da nessun reale dibattito politico, nessun confronto pubblico: solo un ulteriore atto di privatizzazione, motivato da un’ideologia economicista che continua a sottrarre spazi alla cittadinanza.
Ma l’emblema di tutto quanto sopra detto, però, è rappresentato dalla vicenda dello Stadio Meazza in San Siro. Il progetto per la costruzione di un nuovo stadio da parte di A.C. Milan e F.C. Internazionale, con capienza di circa 60.000 posti, prevede la demolizione integrale dello stadio Meazza. Un’opera colossale, che vede la cessione di un’area di 280 mila mq a un prezzo irrisorio.
Eppure, su una questione di tale portata – storica, urbanistica, culturale, simbolica – non si è mai sviluppato un vero dibattito pubblico. La domanda centrale – “perché?” – è rimasta priva di risposta politica. Quella ragionieristica l’ha data il vertice del Comune: costa troppo.
Resta incomprensibile per quale motivo il Comune, proprietario dello stadio e dei terreni circostanti, debba cedere un’intera area “perché costa troppo”, dopo che sono stati investiti milioni – anche recentemente – per collegamenti, infrastrutture, servizi pubblici, tanto che ad oggi San Siro è una delle zone meglio servite della città.
Anche in questo caso, sembra che l’interesse tutelato dalla politica sia stato principalmente quello dei privati – due fondi speculativi proprietari delle associazioni sportive – interessati ad aumentare il valore patrimoniale delle società per poi procedere alla loro vendita, chiudendo così le operazioni finanziarie milionarie avviate con prestiti a soggetti che, forse, non avrebbero avuto le credenziali necessarie per ottenere un mutuo da una banca tradizionale, come hanno poi dimostrato le loro diverse (ma ugualmente sfortunate) vicende finanziarie.