Se si osserva Milano negli ultimi due decenni, si nota una trasformazione deliberata e strategica. La città sembra aver interiorizzato un imperativo: per competere nell’economia globale, occorre diventare un prodotto brutalmente definito, di facile comprensione e consumo. L’obiettivo è attrarre capitali, intensificare i flussi turistici e servire una crescente popolazione di fruitori temporanei dello spazio urbano – quella che potremmo definire la classe dei city users globali.
Questa strategia ha funzionato secondo i suoi stessi termini: la visibilità internazionale è innegabilmente aumentata e la percezione della città è cambiata. Sono stati usati strumenti riconoscibili: un linguaggio promozionale enfatico, fatto di messaggi chiave, un’estetica visiva rassicurante e narrazioni semplificate. In questo processo, la ricca e talvolta contraddittoria complessità di Milano è stata distillata in un set di significanti primari: la moda come status, il design come innovazione, la ristorazione come esperienza e l’architettura contemporanea come simbolo di modernità.
Con un orientamento così marcatamente verso la proiezione esterna di sé Milano ora si trova ad affrontare un problema fondamentale: questa immagine plasticosa che è riuscita a crearsi, pur efficiente nell’attrarre, non è capace di sostenere quel corpo sociale denso e diversificato che definisce un’identità cittadina.
La Milano odierna è dunque una metropoli che esiste più nelle logiche dell’immaginario che nella concretezza dell’esperienza quotidiana. Il turismo – che nel 2023 ha superato i 9 milioni di presenze annue – è sintomo di questo slittamento: si tratta in larga parte di presenze brevi, concentrate nel centro, scarsamente distribuite sul territorio e disancorate da una reale interazione con la città viva. La figura del city user, lavoratore o visitatore giornaliero che attraversa Milano senza parteciparvi, è divenuta la norma.
Si consuma la città, ma non la si abita.
Questa configurazione, che punta a massimizzare il valore simbolico ed estrattivo dello spazio urbano, entra in attrito con la storia sociale profonda della città. Milano, nella sua forma più riconoscibile, è stata il luogo dell’accoglienza operaia, della migrazione interna, del lavoro manifatturiero e della crescita collettiva. Negli anni Sessanta, accoglieva centinaia di migliaia di lavoratori del Sud e delle province, con una capacità organizzativa e una tensione civile oggi difficili da immaginare. Il suo carattere non era quello della provincia né quello della capitale, ma di un’anomalia funzionale: una città-laboratorio, italiana per collocazione e vocazione, ma già europea nei ritmi e nelle infrastrutture. Quella sintesi funzionava; pur nelle contraddizioni, la città cresceva e sviluppava un immaginario autentico e una cultura propria.
L’alternativa alla città-vetrina non è, però, il ritorno nostalgico a quella dimensione. L’alternativa è una città concreta, capace di offrire condizioni di permanenza, possibilità di radicamento e spazi di partecipazione, emancipandosi dalla sua autorappresentazione estetizzata e ritrovando un’essenza urbana che metta al centro il lavoro, l’abitare e la cura dei legami sociali. La narrazione deve cedere il passo alla sostanza; l’immagine alla costruzione.
Un nuova idea di turismo
Assumere una posizione rigida e difensiva nei confronti del turismo rischia di produrre un cortocircuito culturale e amministrativo: la città si difende da un fenomeno che, se governato con intelligenza, può invece costituire una risorsa. Milano, del resto, è già una delle principali destinazioni europee per il turismo fieristico e congressuale, con un indotto stimato tra gli 8 e i 10 miliardi di euro e una rete di oltre 200.000 lavoratori impiegati nel sistema culturale e creativo. Si tratta di flussi significativi, con ricadute economiche dirette e trasversali, che sarebbe miope contrastare in blocco.
Il problema non è dunque la presenza del turismo, ma la sua configurazione attuale: eccessivamente concentrata nello spazio, episodica nel tempo e scarsamente integrata con le dinamiche dei territori che attraversa.
Soltanto alcune delimitate zone del centro – da Brera a Isola, da Sarpi a Buenos Aires – assorbono una quota sproporzionata dei flussi, con effetti evidenti: aumento dei costi dell’abitare, rarefazione dei servizi di prossimità, riconversione dell’offerta commerciale verso il consumo occasionale. Le forme di ospitalità extra-alberghiera contribuiscono in modo strutturale a questa trasformazione. Sebbene gli alloggi destinati ad affitti brevi rappresentino una quota contenuta del patrimonio abitativo (circa il 2,2%), la loro concentrazione e la proprietà accentrata generano un impatto superiore al dato numerico. Secondo studi recenti, il 42% delle prenotazioni è controllato da proprietari multipli, mentre il 67% degli annunci riguarda interi appartamenti, spesso sottratti in modo stabile all’affitto residenziale.
Per riequilibrare questo scenario, è necessario spostare il turismo da fine a strumento. La città non deve essere messa al servizio del turismo, ma il turismo deve diventare un dispositivo a sostegno della città. Ciò implica una politica di lungo periodo, capace di promuovere un modello di sviluppo urbano policentrico. Superare la logica binaria centro/periferia e riconoscere la pluralità dei quartieri come nodi autonomi, ciascuno con vocazioni culturali, sociali e produttive proprie, è un passaggio cruciale.
Occorre una strategia territoriale integrata: investimenti nella cura dello spazio pubblico, accessibilità infrastrutturale, tutela dell’abitare e coinvolgimento attivo delle comunità locali nella progettazione dei percorsi turistici. Un turismo redistribuito è anche un turismo che lascia valore, anziché estrarlo. In questo quadro, la regolazione del fenomeno Airbnb – attraverso limiti quantitativi, vincoli temporali o incentivi alla conversione in locazione residenziale – rappresenta una misura necessaria. Il punto non è proibire, ma orientare: affinché l’ospitalità diffusa non diventi un alibi per l’espulsione silenziosa dei residenti.
L’idea che il turismo, di per sé, possa essere un motore di trasformazioni urbane positive è allettante, e innegabilmente contiene un nucleo di verità. Quartieri che un tempo erano percepiti come marginali possono ricevere nuova linfa, investimenti, e una vitalità rinnovata grazie all’interesse turistico. Ma affidarsi semplicemente alle "dinamiche di mercato" per orchestrare questo processo è una follia. Se l’obiettivo è una città multipolare – una città che non concentri opportunità e attrattive solo in un centro storico iper-turistificato, a discapito delle periferie o di quartieri residenziali – allora l’intervento pubblico diventa essenziale.
Oltre al già citato esempio di Vienna di edilizia pubblica finalizzata a svolgere un argine sociale alle spinte inflattive, un approccio più diretto alla gestione turistica, è Barcellona. Dopo anni di crescita turistica esponenziale che ha messo a dura prova interi quartieri come il Barrio Gòtico o la Barceloneta, l’amministrazione comunale ha introdotto misure più restrittive, come il PEUAT (Piano Speciale Urbanistico per gli Alloggi Turistici), che limita l’apertura di nuove strutture ricettive in aree saturate e cerca di delocalizzare l’offerta. Parallelamente, si è cercato di investire in infrastrutture e servizi nei quartieri meno centrali per renderli più vivibili per i residenti e, potenzialmente, più attrattivi per forme di turismo più sostenibile. La sfida è enorme e i risultati sono ancora oggetto di dibattito, ma rappresenta un tentativo di non subire passivamente le dinamiche di mercato.
Tuttavia, ciò che emerge da queste esperienze è che una regia pubblica consapevole implica la volontà politica di utilizzare strumenti urbanistici, fiscali e normativi per definire attivamente i termini dello sviluppo.
L’equilibrio tra riqualificazione e gentrificazione è precario, e richiede un monitoraggio costante e la capacità di aggiustare il tiro.
Una vecchia idea di cultura
A Milano, la cultura oggi è spesso ridotta a linguaggio promozionale, a corredo simbolico del brand urbano. Il modello dominante, centrato su eventi spettacolari e cicli tematici settimanali – dalle design week alle fashion week, dalle art week alle music week – confonde la produzione con la promozione, lo scambio critico con l’intrattenimento episodico.
Così facendo, si alimenta un circuito chiuso che seleziona, confeziona e somministra cultura come esperienza estetica individuale e consumo temporaneo, neutralizzando le sue potenzialità sociali e trasformative.
Questo approccio, per quanto forse economicamente vantaggioso in termini di immagine e di flussi, segna una distanza profonda rispetto ad alcune delle stagioni più fertili della cultura milanese. Negli anni Cinquanta e Sessanta, la città seppe conciliare l’eccellenza colta con la diffusione popolare. Erano esperienze capaci di tenere insieme rigore e apertura, forme complesse e partecipazione diffusa, spesso sostenute da una visione pubblica che vedeva nella cultura un diritto e non un prodotto. Riprendere quella direzione non significa replicarne i modelli, ma coglierne il principio: la cultura come processo collettivo, lungo, quotidiano.
Le “week” possono restare come esito finale e momento di emersione popolare, ma non possono essere l’unico spazio riconosciuto alla creatività. Serve un’infrastruttura permanente, capace di sostenere le pratiche culturali che nascono nei quartieri, nei centri sociali, nelle scuole, nei piccoli spazi indipendenti, senza ridurle a contenuto da programmare o a corredo narrativo dell’attrattività cittadina.
In questo senso, Milano dispone già di un tessuto attivo, che va ascoltato e riconosciuto.
A partire dai centri sociali milanesi, che hanno mostrato la capacità di produrre cultura fuori dai circuiti canonici, mischiando linguaggi artistici, pratiche mutualistiche e forme di auto-organizzazione. Si tratta di spazi a bassa soglia di accesso, spesso informali, che hanno garantito continuità anche nei momenti di disinvestimento pubblico. Valorizzarli non vuol dire semplicemente tollerarli, ma metterli in condizione di esistere giuridicamente, prendendo esempio da strumenti già consolidati: l’esperienza dell’Asilo Filangieri di Napoli, riconosciuto dal Comune come bene comune urbano, o le numerose pratiche europee di gestione condivisa degli spazi culturali, indicano una via possibile anche per Milano.
Oltre ai centri sociali, la città ospita una costellazione di realtà che già sperimentano modelli di produzione culturale sostenibili, inclusivi e radicati nel territorio. Sono esperienze che intrecciano programmazione artistica, socialità di quartiere e pratiche di rigenerazione urbana in modo non estrattivo, restituendo alla cultura una funzione pubblica e non meramente decorativa. In questi contesti, l’arte e la creatività diventano strumenti di relazione e di costruzione di prossimità, capaci di attivare comunità e generare valore condiviso, invece di limitarsi a produrre eventi o immagine.
Pur nella loro diversità – dal laboratorio urbano al centro ibrido, dal teatro indipendente alla cascina riattivata – queste pratiche condividono un principio comune: la cultura come forma di cooperazione, come spazio di sperimentazione civile e di convivenza. Non luoghi di consumo ma di continuità, dove la dimensione estetica si intreccia con quella sociale, educativa, mutualistica.
Oltre a riconoscerne l’esistenza, la città deve garantire la permanenza e la diffusione di questo tipo di realtà. Occorre conservare e rafforzare queste strutture, dotandole di strumenti stabili di sostegno, di spazi accessibili, di riconoscimento istituzionale. E soprattutto, occorre riallocare il valore – economico, simbolico e politico – che la città oggi destina alla propria auto-rappresentazione promozionale, per orientarlo verso realtà che incarnano questi principi guida: produzione culturale come bene comune, inclusione come metodo, integrazione della conoscenza come superamento delle dinamiche territoriali estrattive.
Detto questo, Milano ha davanti a sé una doppia illusione, e da entrambe deve prendere le distanze se vuole tornare a essere una città reale, viva e abitabile. La prima viene dal basso: è la nostalgia difensiva di una città che non cambia, che si chiude nel perimetro rassicurante della propria memoria, incapace di accogliere nuovi flussi, nuovi conflitti, nuove forme di vita.
È la tentazione di proteggere l’esistente erigendo barriere, di confondere la tutela con l’immobilità. Ma la città, per sua natura, si espande, muta, si stratifica. Il punto non è evitare la trasformazione, ma darle forma, orientarla, dotarla di senso e direzione, affinché non travolga ma rigeneri. Difendere la città non può significare ibernarla.
La seconda illusione, più subdola e più potente, viene dall’alto: è la narrazione secondo cui la gentrificazione rappresenterebbe una fase fisiologica e irreversibile della crescita urbana, e con essa la plastificazione della città, la mercificazione delle sue identità, la resa a un pubblico generico e intercambiabile.
È l’idea che, per restare competitiva, Milano debba adattarsi a un linguaggio universale fatto di design da esportazione, di cultura semplificata, di estetiche omologate. In questa logica, i quartieri diventano format, gli spazi pubblici vetrine, la cultura content. La trasformazione urbana si riduce così a un processo di sostituzione: si cancellano i segni del vissuto, si espellono le fragilità, si rimuove il conflitto – tutto ciò che rende una città realmente viva.
Fuggire da queste due trappole – la chiusura nostalgica e la resa alla gentrificazione – richiede una scelta chiara: fare della complessità un progetto.
Accettare che la città non possa essere solo per chi la consuma, ma debba tornare ad appartenere a chi la abita, la lavora, la immagina. Non basta opporsi né basta adattarsi: serve costruire alternative, spazi intermedi dove memoria e innovazione, radicamento e apertura, possano coesistere senza annullarsi.
Superare la dicotomia tra centro e margine, tra produzione alta e uso popolare, tra innovazione e memoria, significa restituire senso politico alla parola “sviluppo”: non crescita illimitata, ma equità, qualità della vita, accesso condiviso ai beni comuni. Ripensare i flussi – turistici, economici e culturali – non come fine ma come mezzo per una redistribuzione più giusta delle opportunità urbane.
Solo così Milano potrà tornare a essere laboratorio di convivenza e di immaginazione collettiva, non vetrina di sé stessa.